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Globalizzazione, Localismo e Progresso
Globalizzazione, Localismo e Progresso
Autore: dottor Paolo Roberto Imperiali
Si dice che la globalizzazione e’ un processo che e’ sempre accaduto (guerre di conquista, penetrazione commerciale, scambi, emigrazioni, colonialismo, ecc...) ma questo concetto di "globalizzazione" e’ diventato evidente da quando e’ diventato piu’ impetuoso, veloce, modificante e reso obbligatorio da regole politiche e commerciali.
Fino a quando questo processo non aveva queste caratteristiche non era avvertito e non era avvertito il suo contrario che e’ il concetto di Localismo.
Se possiamo definire globalizzante un processo che unisce intorno a delle nuove basi comuni, es. lingua, cultura, modi di produzione, abitudini, ideali..., che sono anche piu' estese e che abbracciano gruppi piu' ampi, possiamo altresi’ definire localizzante ogni situazione che conserva o crea una identita’ e che in quanto tale mantiene la sua diversita’ e la sua specificita' rispetto ad un’altra nuova e non ancora assimilata.
Quindi e’ giusto dire che la globalizzazione e’ sempre esistita, o almeno a partire da certe epoche storiche, ma e’ anche giusto riconoscere che mai era stata avvertita come tale perche’ era limitata a certe assimilazioni, a certe unificazioni, a certe inglobalizzazioni che avvenivano con dei tempi che consentivano un adattamento, ma mai in una forma globale e cosi' veloce e sempre lasciando spazio ad altre differenze che continuavano a sussistere.
Il problema oggi e’:
a- che la inglobalizzazione e’ globale,
b- che la inglobalizzazione e’ veloce.
In altre parole il processo globalizzante non lascia spazio alla possibilita’ di differenze rispetto a nuovi minimi comun denominatori sempre piu’ generalizzati e non lascia tempo perche’ le nostre individualita’ ci si adattino. Cioe’ noi sentiamo di perdere una nostra identita’.
Quindi il problema della globalizzazione che ha in cause esterne la sua origine (velocita’ e basso costo dei trasporti e delle informazioni, tecnologie sempre piu’ potenti, nuove regole del commercio mondiale, ecc...) in verita’ ha una conseguenza interna, psicologica.
Nel momento in cui noi avvertiamo il problema capiamo che per contrastarlo dobbiamo far riferimento ad un processo opposto che e’ il rafforzamento della nostra identita’.
Chiamo Localismo il meccanismo che si oppone alla perdita di identita’.
Autosufficienza
Una identita’ per esistere deve avere la forza di affermarsi in quanto tale, deve avere un valore, un senso altrimenti e’ soppiantata da un nuovo elemento caratterizzante che, venendo dall’esterno, la modifica.
Quindi una identita’ per essere tale deve essere autosufficiente perche’ se cosi’ non fosse avrebbe bisogno per sopravvivere di acquisire degli elementi di tipo diverso dall’esterno che in quel momento la trasformerebbero.
Quindi il localismo e’ una situazione di autosufficienza rispetto agli elementi che possono venire dall’esterno dei quali una identita’ fino a quando sara’ appunto autosufficiente non avra’ bisogno e quindi non dovra’ modificarsi.
L’autosufficienza riguardera’ tutte le sfere relazionali che collegano un soggetto ad altri soggetti intorno ad una comune identita’ e quindi potra’ essere per es.:
Psicologica, Culturale, Linguistica, Sociale, Economica, Tecnologica, Religiosa, ecc...
Queste sfere relazionali riguarderanno tutti gli individui di uno stesso gruppo che sono uniti proprio da una comune sfera relazionale.
Per esempio un gruppo di individui che ha la stessa religione si sentira’ parte di questo gruppo e non di un altro che avesse una diversa religione e trovera’ in questa sfera relazionale (religione) la propria identita’.
Possiamo dire che finche’ il gruppo di individui si identifica in una comune sfera relazionale esso e’ autosufficiente per quel tipo di sfera relazionale.
Nel momento in cui gli individui del gruppo uniti da una comune sfera relazionale non sentono piu’ sufficiente quel tipo di unione ma sentono di aver bisogno di modificare quel tipo di sfera relazionale, quegli individui sentiranno che la loro identificazione rispetto a quel gruppo diminuisce e si sentiranno o soli o parte di un altro gruppo.
Avranno cioe’ trasformato la loro identita’.
L’autosufficienza di un gruppo intorno ad una sfera relazionale di un certo tipo (es. lingua locale) verra’ meno quando le caratteristiche di un altro tipo di quella sfera relazionale (es. Lingua inglese) appariranno migliori.
A quel punto quel gruppo comincera’ a perdere la sua identita’ (linguistica) e ad acquisirne un’altra.
L’autosufficienza di una sfera relazionale si perde per ragioni pratiche e la propria identita’ si trasforma identificandosi in una nuova sfera relazionale piu’ confacente alle nuove necessita’.
E’ evidente che per far questo il soggetto deve rappresentarsi il nuovo modello come migliore di quello precedente.
Analisi Interiore
La rappresentazione di un modello e’ l’oggetto dell’analisi interiore.
La necessita’ dell’analisi interiore e’ sentita nel momento in cui si percepisce che la trasformazione della propria identita’ crea un vuoto non colmato dalla nuova identificazione.
L’analisi interiore cerca di definire cosa e’ meglio per un soggetto.
E' un momento di riflessione interna che si oppone all’accettazione automatica di nuovi valori e di nuove sfere relazionali.
L’analisi interiore e’ localizzante rispetto al movimento centrifugo del meccanismo globalizzante.
Il meccanismo globalizzante sottopone l’individuo a delle trasformazioni attivate da modifiche che vengono dal di fuori. Se queste trasformazioni non vengono vagliate da una analisi interiore e non trovano un consenso interiore sono soltanto degli elementi destabilizzanti della propria identita’.
Riprendendo il concetto di autosufficienza possiamo dire che il vuoto che deriva dalla perdita della propria identita’ deriva dall'inserimento di modelli esterni da cui veniamo a dipendere e da cui siamo guidati senza averli assimilati e poter tornare indietro se si rivelasseto errati.
P.es. Usare una nuova lingua che non consente piu’ al soggetto di relazionarsi con l’ambiente di cui faceva parte e’ una perdita di autosufficienza e di identita’.
Adottare dei mezzi produttivi che hanno bisogno di una dipendenza tecnica/commerciale da sistemi esterni possono creare una dipendenza che porta ad una mancanza di autosufficienza economica e quindi ad una perdita di identita’ economica.
Tale perdita di autosufficienza crea ansia.
Possiamo teoricamente dire che tutti i meccanismi che portano una riduzione di autosufficienza sono potenzialmente ansiogeni.
I meccanismi della nostra societa’ che tendono ad una specializzazione, sono tutti teoricamente ansiogeni per la dipendenza che deriva da tutti i meccanismi nei quali noi non siamo specializzati ma che sono la specializzazione di altri.
In teoria se fossimo specializzati in una unica cosa saremmo dipendenti da tutte le specializzazioni meno la nostra mentre piu’ specializzazioni riusciamo a sommare tanto meno siamo dipendenti e tanto meno saremmo ansiosi.
Localismo o limite interno all'espansione
Gli antichi dicevano "Parva sed mea" che esprimeva questo concetto di autosufficienza, dove il "parva" e’ il territorio in cui noi siamo specializzati al massimo e dove quindi vi possiamo vivere questa sensazione.
Solo accettando il "parva" noi possiamo conoscerlo e governarlo e modificarlo all’occorrenza e quindi avere un rapporto di autosufficienza con lui e di non dipendenza dalla sua variabilita’.
E quindi solo accettando il "parva" noi possiamo sentire il "mea".
Da cui discende che il limite insito nel "parva" all’opposto di "infinito" e’ un fattore determinante per sentire il "mea" e l’autosufficienza.
Il limite e’ quindi un fattore positivo che consente il senso di identita'.
La ricerca spasmodica di superare i propri limiti in qualunque campo si applichi compresa la conoscenza attraverso mezzi tecnologici e’ un obiettivo fuorviante che porta ad un impoverimento esistenziale.
La globalizzazione ha proprio come obiettivo quello di abbattere ogni limite creando le premesse per un vuoto interiore e lo sfaldamento della nostra identita’.
Se vogliamo fare riferimento al problema ecologico possiamo dire che questo ha 2 versanti, quello esterno, come limite ambientale e quello interno all’uomo, come limite psicologico, e la ricerca interiore ha come obiettivo di individuare il limite psicologico entro il quale si puo' ritrovare la propria identita'.
Le piccole societa’ primitive che producevano tutto per conto loro erano piu' autosufficienti benche' piu' limitate ed erano teoricamente piu’ felici (avendo accettato anche un equilibrio e un limite con l’ambiente).
Questo spiega la soddisfazione di chi costruisce con le proprie mani, senza andare a comprare da qualcun altro, chi coltiva il proprio campo vedendo crescere le proprie cose, chi suona uno strumento musicale invece di ascoltare la musica di altri, ecc...
Questo spiega la soddisfazione di chi scala una montagna invece di andarci in elicottero, di chi fa un trekking a piedi invece di andare in auto, ecc..., di chi preferisce stare nel proprio ambiente familiare invece di fare lunghi spostamentiTutti questi esempi vanno presi nei limiti in cui cosi’ facendo si costruisce da sè quello che si vuole, sentendo la propria autosufficienza.
Ed il lavoro manuale e’ l’espressione piu’ profonda di questo modo di riappropriarsi di quello che uno fà, si sente la propria identita' e dove la dipendenza da altri e’ minima.
E chi fa il lavoro manuale sente di fare da sè perche’ il da sè non e’ dato solo dalla propria mente ma anche dal proprio corpo.
Gli esempi sono infiniti:
Perche’ e’ piu’ bello cenare al lume di candela ? Perche’ la candela non ha nulla di tecnologico dove tecnologia vuol dire specializzazione di altri.
La soddisfazione di tutto questo e’ riassunta da un concetto che ripeto chiamo Localismo. Presente contro il futuro. Che non vuol dire mancanza di progettualita’ ma progettualita’ del soggetto non di altri.
La Globalizzazione e’ il contrario del Localismo.
Nella Globalizzazione noi compriamo merci che vengono da paesi lontani e che un domani potrebbero di colpo non venire piu’, perche’ non padroneggiamo la loro produzione, non vediamo la loro crescita...
Perche’ ci parlano lingue che non ci legano alla cerchia delle persone con le quali abbiamo legami affettivi.
Perche’ usiamo medicine che non troviamo nelle piante dei nostri campi, ecc..., ecc...
Nella Globalizzazione tutti questi procedimenti, sistemi, modi di vivere, di sentire, vengono stupidamente annullati, disprezzati, offesi e di paripasso altrettanto succede per la nostra identita’.
Riprendendo il concetto di autosufficienza possiamo dire che Localista e' chi sa difendere personalmente i propri diritti, il proprio territorio, la propria casa. Un paese che affida la propria difesa ad un altro paese non e' localista. Non e' localista l'Italia che ha affidato la sua difesa all'ombrello atomico americano. Ma nemmeno e' localista un paese che affida la propria difesa ad un ombrello atomico proprio perche' affida la propria difesa ad un meccanismo centralizzato che non ha nessuna relazione gestionale con i singoli cittadini, ma che dipende da un comando unico, che puo' disporre del destino del paese senza sottostare al volere dei cittadini.
E' localista una guerra partigiana, e' localista l'esercito svizzero dove ognuno ha a casa propria il proprio fucile e che si addestra ogni anno e dove ogni cittadino e' pronto a combattere. Sono localisti gli israeliani dove ognuno va sotto le armi, anche le donne e dove ognuno e' pronto a difendere il suo kibutz. E naturalmente e' localista il palestinese che e' pronto a riempirsi di tritolo per difendere il suo popolo.
Lo stesso vale per la Svezia dove ognuno anche li' si addestra ogni anno, dove si costruiscono i trattori in modo che all'occorrenza possono trainare pezzi di artiglieria, oppure si costruiscono le autostrade che possono consentire l'atterraggio degli aerei militari. Ed infatti nessuno ha avuto il coraggio di attaccare né la Svizzera né la Svezia che hanno potuto mantenere la loro neutralita' politica. Sono popoli pronti a difendersi da soli.
E' stato localista il Vietnam che e' riuscito a resistere ad una potenza infinitamente piu' forte ma non localista come gli USA, perche' il localismo e' una forza interiore, e' coraggio, e' capacita' di indignarsi e di ribellarsi, e' capacita' di rendersi autosufficiente, e' capacita' di costruirsi con le proprie mani le condizioni per la proria esistenza.
E' localista l'artigiano, il libero imprenditore, l'agricoltore autosufficiente. Non e' localista il salariato o il lavoro dipendente.
Sto evidentemente generalizzando e descrivendo delle funzioni, non sto analizzando né criticando il singolo che magari non e' localista in una situazione ma lo e' in un'altra e per infinite ragioni.
Ma certamente sto criticando da un punto di vista generale tutte le situazioni di perdita di autosufficienza tramite la delega di qualunque tipo. Sto criticando quindi la Globalizzazione dove la sopravvivenza dei singoli e' resa sempre piu' dipendente da delle situazioni che il singolo non puo' gestire e che anzi forze potenti cercano di relegare sempre di piu' in una posizione di dipendenza per poterlo dominare.
Dove norme di carattere generale sempre piu' rigide ed esproprianti gli impediscono di essere autonomo; norme di carattere burocratico, sanitario, economico, procedurali, gli rendono l'autonomia sempre piu' gravosa.
Per cui e' piu' facile essere dipendente che avere un lavoro autonomo, andare al supermercato invece di produrre il proprio cibo, affidarsi ad una agenzia turistica invece di organizzare un proprio viaggio.
La capacita' di difendersi e' l'espressione di un sentire localista. Il sentire globalista porta all'incapacita' di difendersi delegando ognuno l'impegno all'altro. Non per niente esiste il proverbio "Res omnium = Res nullius".
In altre parole il problema e' che nel mondo globalista si pensa che i problemi devono essere risolti da chi e' stato delegato ad un certo compito per cui il cittadino delegante puo' rimanere a casa e fregarsene.
Il localista invece sente il problema come suo anche se investe altri e lottera' perche' e' suo, non gli interessa che sia anche di altri.
Il localista scende in piazza, manifesta, si ribella, lotta anche da solo fino a quando il problema non sara' risolto.
Ma noi non sappiamo fare questo, e non sappiamo affrontare i problemi perche' nella nostra vita siamo abituati a delegare anche le funzioni piu' fondamentali.
Es. Abbiamo delegato il procacciamento del cibo, dell'istruzione, della cura della salute, delle convinzioni religiose, delle decisioni politiche, e con la delega tecnologica abbiamo delegato o stiamo cercando in tutti i modi (studi, esperimenti, ricerca, ...) di delegare tutte, dico tutte le nostre funzioni ai meccanismi che andiamo via via inventando. COGLIONI !
Forse non siamo localisti perche' siamo nati da un utero che non era di nostra madre? Io non mi ricordo, ma certo mi seccherebbe molto.
O forse non siamo localisti perche' non abbiamo l'energia di risolvere da soli tutti i nostri problemi ? Certo, se ci nutriamo con alimenti che non danno energia questa ipotesi e' probabile. Comunque dicono che le ipotesi vanno verificate, che non si puo' pensare intuitivamente che mangiando alimenti con 1/10 degli elementi energetici che avevamo 80 anni fa' noi siamo meno energici. Per cui ci dicono che bisogna proporre uno studio scientifico, che bisogna stabilirne le modalita', i parametri, le condizioni di ripetibilita' e di uniformita', ....
Forse nel dubbio si puo' provare a stare 48 h. senza mangiare ! Ma poi quel po' di energia che ci resta cerchiamo di riversarla addosso a chi ci avvelena
Virtualita'
Il concetto di localismo ha anche un altro suo contrario che e' il "virtuale" o l' "artificiale" e che e' un concetto di sostituzione e di delega all'esterno di una nostra funzionalita' ed ha come oggetto una rappresentazione della realta' che non e' oggettiva ma soggettiva. Che cioe' non tiene conto di dimensioni naturali ma di dimensioni sostitutive derivanti da mezzi tecnologici.
Le dimensioni oggettive sono lo spazio e il tempo ma anche gli "oggetti in quanto tali" e i nostri bisogni.
Gli "oggetti in quanto tali" sono quelli che derivano da una definizione assimilata dalla nostra abitudine e dalla nostra coscienza. Mano a mano che noi ci abituiamo alla trasformazione di un oggetto, mantenendo la stessa definizione, progrediamo nella direzione della virtualita'.
Es.: Se la natura viene modificata geneticamente un po' alla volta sara' questa per noi la "natura" e non corrispondera' piu' alla definizione di natura che noi usavamo prima dell'assimilazione concettuale di tale modifica.
Parlare per telefono e' "virtuale" rispetto al parlare di persona.
Viaggiare in aereo e' "virtuale" rispetto al viaggiare a piedi.
Mangiare cibi sintetici e' "virtuale" rispetto al mangiare cibi naturali.
Respirare aria condizionata e' "virtuale" rispettoa al respirare l'aria cosi' com'e' (o era).
Usare delle macchine e' "virtuale" rispetto al lavoro manuale.
Tutti questi esempi implicano che noi usando un meccanismo sostitutivo creato da noi (virtuale) lo preferiamo ad un meccanismo naturale piu' complesso e non piu' pratico ma che rappresentava anche una esperienza piu' ricca perdendone quindi tutta la varieta' originaria.
Possiamo andare a Milano in aereo infinite volte senza provare le emozioni che potevano provare con un unico viaggio i viaggiatori di 2 secoli fa (oggi e' piu' pratico ma piu' povero).
Noi, usando il mezzo tecnologico, o usando il meccanismo virtuale, annulliamo la distanza che c'e' tra il soggetto e il raggiungimento del fine. Distanza rappresentata dall'impegno personale, l'esperienza e quindi lla soddisfazione che ne derivava.
In verita' questa distanza che viene annullata e' anche il tempo che riteniamo di guadagnare.
Ma poiche' il tempo esiste in funzione delle esperienze che lo riempono, continuando a "guadagnare tempo" e annullando le esperienze, noi avremo sempre di piu' la sensazione che il tempo ci sfugge e quando ci guarderemo indietro non avremo ricordi.
E questo vale anche per l'accumulo dei mezzi materiali che consente di fare molte cose ma, come nel viaggio veloce, non consente di entrare nel valore della singola cosa.
L'accumulo riduce la possibilita' di sentire il valore della singola cosa.
Quando noi sentiamo il valore di una singola cosa non abbiamo bisogno di averne altre.
Non abbiamo bisogno di essere "piu' ricchi".
Possiamo dire che la ricchezza materiale aumenta le possibilita' di fare, che e' un fatto pratico, non e' un fatto emotivo.
O meglio, noi ci eccitiamo all'idea di poter fare tante cose, ma finche' noi non ne facciamo una specifica, rimaniamo vuoti.
Possiamo dire cioe' che al di là dei beni che possiamo sentire, i beni che si aggiungono al nostro patrimonio ci rendono piu' poveri
Il cinema e' virtuale rispetto alla realta', idem per la televisione.
E' indubbio che ogni spettacolo esprime un concetto e puo' avere una funzione artistica o educativa ma va tenuto conto che al di la' di questo c'e' anche il fatto che ci fa vivere in un mondo non reale, come spettatori e non attori dove fra l'altro spettatore puo' significare un rapporto di dipendenza mentre attore esprime un atteggiamento appunto attivo e quindi tendenzialmente autosufficiente. Il cinema e la televisione non sempre ci fanno vedere cose idiote, ma tendono a renderci idioti proprio per questo rapporto di dipendenza da una rappresentazione virtuale.
(Rischio che esiste in tutti i casi in cui l'apprendimento non avviene tramite l'esperienza diretta. Perche' l'esperienza porta sapere, ma il sapere non porta esperienza).
L'agricoltura industriale e' virtuale in quanto la terra, che era l'elemento base biologico con tutti i suoi componenti organici, e' diventato un substratum meccanico per far crescere delle piante solo in funzione dei concimi e delle sostanze minerali/organiche che noi aggiungiamo.
Questo e' possibile in quanto abbiamo modificato il concetto iniziale di terra in funzione di un concetto di praticita' (maggiore produzione).
Ma il concetto di maggiore praticita' e' un concetto che tiene solo conto di alcuni parametri (quelli noti e spesso nemmeno di tutti quelli noti ma solo di alcuni che sembrano piu' pratici di altri). Cioe' noi sacrifichiamo l'accettazione dell'esistenza dell'oggetto in quanto tale alla interpretazione soggettiva (virtuale) e alla nuova definizione che noi vogliamo dargli.
Questo impedisce che l'oggetto (terra) continui ad esprimere tutte le sue originarie potenzialita' perche' vengono da noi eliminate.
Ed infatti nella terra non ci sono piu' microorganismi, insetti, humus in generale, e l'energia degli alimenti che vengono prodotti e' sempre piu' ridotta (attualmente 1/10 di quello che era 80 anni fa).
Lo stesso ragionamento vale per la medicina allopatica dove si considera la malattia come una qualche cosa che bisogna eliminare, non come l'espressione di un organismo che e' sofferente.
La virtualita' consiste nel non tenere conto della base biologica ma, come in agricoltura, solo del sintomo o del risultato che noi riusciamo a percepire e che vogliamo modificare.
E' ovvio che l'uomo cerca di agire in funzione delle sue conoscenze ma forse il tipo di conoscenza e' viziata proprio dalla esigenza di "praticità", cioe' dalla fretta di modificare senza veramente capire.
(Per cui si pone il problema di definire cosa vuol dire capire che oggi è viziato dalla mancanza del sentire.)
Una applicazione di virtualita', che al momento puo' sembrare ancora tale e quindi non naturale, e' la creazione di personaggi col computer sempre piu' perfetti con i quali si dialoga come se fossero reali.
Un po' alla volta reali saranno i personaggi virtuali e quelli reali verranno considerati obsoleti.
Un campo dove la riduzione di varieta', di espressione e di funzionalita' e' visibile da parte di tutti e' la sessualita', dove la nostra cultura si esprime in modi abbastanza ripetitivi ed uniformi.
Basterebbe confrontare un film erotico occidentale con la letteratura filosofica erotica indiana per capire quale capacita' di immaginazione, di varieta' di espressioni, di sensazioni, di concetti sessuali ed erotici aveva quella civilta'.
Visto che per la civilta' occidentale il sesso e' considerato cosi' importante, varrebbe la pena di cominciare da questo per capire quanto le nostre possibili varieta' di esprimerci sessualmente sono state ridotte dalla nostra mentalita' riduttiva.
Varrebbe la pena di addentrarsi nelle sue molteplici espressioni guidati dall'esperienza di altre culture che per il momento sono state capaci di salvarne la biodiversita'.
Con calma, senza la fretta occidentale di ottenere dei risultati preconcetti (es. frequenza dei rapporti), tipico meccanismo della nostra cultura, lasciando che la nostra emotivita', il nostro piacere, le nostre funzionalita' un po' alla volta si ricostituiscano sapendo che il piacere (e l'antica letteratura erotica indiana ce lo conferma) ha tante forme che noi abbiamo cancellato.
Qualita' contro quantita', presente contro futuro.
Possiamo ancora definire localista il soggetto che ha un rapporto con le cose non virtuale, e non in funzione di una motivazione che supera la capacità di capire la propria sfera di autosufficienza.
Es.: seguire una moda non e' localista, un'arte astratta che fa riferimento a dei concetti poco emotivi e quindi poco correlati all'emotivita' del soggetto non e' localista.
E' arte localista tutta e solo quell'arte che smuove un nostro sentimento a una nostra emozione nei limiti in cui la sentiamo nostra e non perche' dobbiamo fare riferimento a dei concetti di altri o a dei concetti che facciamo fatica a capire.
I concetti che facciamo fatica a capire sono dei concetti virtuali (non nostri). Quando stiamo davanti ad una opera d'arte che non sentiamo, andiamocene! Riappropriamoci della dignita' e dell'orgoglio del nostro sentire e del nostro non sapere, solo cosi' possiamo lasciare aperte le porte della nostra creativita'.
Tutte le volte che accettiamo acriticamente la creazione di un altro apriamo le porte alla globalizzazione economica e culturale, al pensiero unico, alla riduzione della nostra intelligenza, alla riduzione della nostra sessualita', alla riduzione della capacita' di scegliere quello che e' meglio per noi, alla possibilita' di essere manipolati, a dei cibi peggiori, ad una riduzione della biodiversita' ..............:
L'inverso vale tutte le volte che noi creiamo e possibilmente con le nostre mani.
Ma vorrei ripetere che non e' necessario essere localisti: e' meglio.
Questo meglio era stato spesso codificato dalle regole che hanno preservato l'umanita' e sono state eticizzate dalle religioni diventando regole religiose e morali acquisendo cosi' un valore assoluto per la comunita'.
Oggi chi non e' religioso tende a identificare le regole religiose con regole oscurantiste e non scientifiche e quindi attacca quelle regole senza rendersi conto della loro logica e della loro antica (e presente) scientificita', anche se religiose. Proprio il fatto che sono regole religiose dovrebbe richiamare l'attenzione sul fatto che esse nascondono delle verita' che l'umanita' ha sentito cosi' profonde da legare ad un vincolo assoluto (Dio).
Oggi tuttavia, in una epoca cosiddetta illuminista e laica come quella attuale richiamarsi all'etica e alla religione per difendere quelle regole crea la premessa per farle rifiutare ed attaccare rinunciando a priori a quello che è meglio.
Se chi e' religioso vuole convincere il laico deve dare una dimostrazione laica della loro validita' e chi e' laico se vuole capire la realta' profonda delle regole religiose deve prescindere dalla propria areligiosita' e accettare di farsi guidare dall'intuito del nostro passato.
Il localismo oggi non e' necessariamente una religione o un'etica, e' un modo di pensare, di vivere, di comportarsi, di reagire, di sentire, di lavorare, di fare l'amore, di giudicare, che e' semplicemente migliore.
E quando si fanno tutte queste cose in questo modo ci si sente meglio e forse poi ci si sente anche etici.
E' localista chi ama la sua casa, ma chi di case ne ha tante come fa ad essere localista ?
Come si fa ad amare tante case ?
In quale preferisce stare ?
Per quanto tempo ?
Dove tiene i suoi libri e i suoi dischi ?
I suoi ricordi ?
Oltre un certo numero di case o di cose non si puo' piu' amare.
Chi ha troppo non e' povero, ma idiota.
Ma dove comincia il troppo? Il troppo comincia dove non riusciamo piu' ad avere un rapporto emotivo con i beni o il denaro che si ha o le esperienze che si fanno.
Dove queste cose non servono piu' per la propria autosufficienza emotiva (possibilita' di goderle) e per la propria autosufficienza relativa alla sopravvivenza.
Oltre questi limiti le cose sono inutili, o meglio diventano virtuali, dove per virtuale (ripeto) si intende un concetto indotto che sostituisce una funzione reale. Sostituisce e quindi impedisce una funzione reale, da cui un impoverimento emotivo.
Altro esempio di virtualita' e' affittare un bene. E' chiaro che molto spesso e' piu' pratico, ma e' anche chiaro che non ci si lega molto affettivamente a quel bene che non ci appartiene e che ad un certo momento si perdera'.
Non si e' piu' legati ad una casa di proprieta' che ad una casa in affitto ?
Non si e' piu' legati a degli oggetti propri che ricordano una storia e che continueranno a farlo ?
Per non parlare del caso paradossale dell'utero in affitto.
Oggi le formule di affitto sono sempre piu' frequenti per ragioni di praticita', non per niente e' stato inventato il leasing, sempre per ragioni pratiche, ma tutte le volte che noi preferiamo affittare invece di comprare noi rinunciamo ad un legame affettivo piu' forte. (Lo stesso vale per il concetto di "chiavi in mano").
Si ipotizza che in futuro tutto sara' affittabile e che questo ci consentira' piu' tempo disponibile. Sara' tempo disponibile per fare cose che non ci appartengono. Certamente faremo piu' cose ma con meno legame affettivo.
Saremo sempre meno localisti. Investiremo sempre meno la nostra funzionalita' affettiva. Saremo piu' poveri affettivamente.
Comunque la mancanza di affettivita' verso gli oggetti che usiamo non si esprime soltanto con la formula dell'affitto ma anche con la formula dell'usa e getta perche' oggi l'importante e' soltanto l'usare, e' solo la funzione pratica. Non per niente gli oggetti oggi sono generalmente piu' brutti di quelli antichi che avevano anche una funzione estetica e non solo pratica, che diventano sempre piu' rari e che costano sempre di piu'.
Meccanismo della definizione
Il problema della virtualita' si accompagna al meccanismo della trasformazione dell'oggetto mantenendo la stessa definizione, che porta quindi a considerare un oggetto trasformato come il vero oggetto e l'oggetto come era prima della trasformazione, come un oggetto irreale, obsoleto.
Prendo in considerazione alcuni esempi ed in particolare uno molto importante perche' riguarda il momento della nascita dell'individuo e che si esprime col termine "utero in affitto".
Il problema del cosiddetto "utero in affitto" si esprime piu’ o meno in questi termini: una donna che non puo’ avere figli fa inseminare un’altra donna con il seme del marito (compagno) e ritiene, previo accordo con la madre naturale, di avere il diritto di essere considerata madre del bambino che nascera’.
Direi che punto fondamentale deve essere la definizione di maternita’ che fino ad oggi era quel processo per cui una donna rimaneva incinta, teneva il feto e lo faceva nascere.
Se tale e’ la definizione, anche nella fattispecie denominata "utero in affitto" la madre e’ quella che procrea e non quella che da’ il seme. Comunque il seme non viene dato dalla donna bensi’ dall’uomo.
Quindi il rapporto e’ tra l’uomo e la donna che e’ disposta a farsi inseminare. Questa operazione rientra nella forma denominata fecondazione in vitro.
La posizione della donna (moglie o compagna) dell’uomo che da’ il seme non dovrebbe avere nessun valore giuridico se non quello di una donna (o di una coppia) che chiede l’adozione del nascituro.
Essa infatti non rientra nella definizione di una madre naturale ma solo della possibilita’ di essere madre adottiva con la necessita’ di attenersi alle procedure del caso previste dalla legge.
Sarebbe da stabilire se e’ lecita l’adozione di un figlio che non e’ ancora nato ma che verra’.
Mi sembra comunque che una donna che voglia adottare un figlio che Lei stessa decide che sara’ senza madre o che e’ gia’ disposta a togliere il figlio alla madre prima che questo nasca senza quindi tener conto di quelli che possono essere i sentimenti della madre naturale e i sentimenti del nascituro e che non capisca che tali sentimenti si creano anche durante la gestazione, non possa essere una buona madre adottiva.
Il discorso pero’ puo’ allargarsi ad altri aspetti della nostra societa’ ed e’ indicativo di una trasformazione dei valori e delle definizioni.
Prima di tutto ingenera confusione la definizione di "Utero in affitto" perche’ da’ la sensazione che il soggetto principale sia la donna che stipula questo accordo, che prende in affitto e che viene chiamata madre, anche se nulla ha del rapporto materno.
Questa definizione di "Madre che prende l’utero in affitto" e’ una contraddizione in termini, andrebbe detto semmai "Donna che prende l’utero in affitto" (a questo punto ci si puo’ chiedere anche perche’ chi prende l’utero in affitto non possa essere un uomo).
Ma importante e’ notare come da questa equivoca definizione di "Madre che prende l’utero in affitto" viene modificato il concetto di madre per cui madre non e’ solo e soltanto chi partorisce ma anche un’altra persona.
Da questo equivoco sorge implicitamente il diritto di quest’altra persona che in quanto definita madre tende ad acquisire dei diritti che per difinizione non potrebbe avere in quanto non madre.
Nella nostra societa’ e' frequente il mantenimento della definizione per consentire cose che altrimenti non potrebbero essere consentite.
In particolare i cibi transgenici che una parte del mondo non voleva etichettare nella loro composizione perche’ considerati equivalenti.
Senza tener conto che gli utilizzatori hanno diritto di sapere quello che mangiano.
- Facendo un esempio concreto viene definito cibo "senza contenuto transgenico" se questo contenuto e’ meno dell’1%. Ora 1% non e’ uguale a 0% almeno fino ad oggi.
- Viene definito cioccolato un prodotto che non ha cacao ma un sostituto del cacao (e non viene riconosciuto il diritto del consumatore di sapere cosa mangia).
- Non ci si rende conto che la natura dove si immettono degli organismi geneticamente modificati un po’ alla volta verra’ trasformata e che quindi non sara’ piu’ la "Natura" con il significato di naturalezza, genuinita’, ancestralita’, autonomia, biodiversita’, ecc... che abbiamo sempre sentito ma sara’ un insieme diverso e prodotto sempre piu’ dall’uomo.
Il processo per cui si e’ disposti a modificare l’oggetto mantenendo la stessa difinizione risponde ad un criterio pratico e cioe’ quello di ottenere un risultato senza sottostare a dei meccanismi ereditati, insiti nel mondo esterno, e condivisi fino a quel momento.
Es. Chiamare madre una persona che non ha nulla delle caratteristiche materne semplicemente per facilitare il suo bisogno di maternita’.
Es. Chiamare olio di oliva un olio che non ha nulla o pochissimo dell’oliva per poterlo vendere ad un prezzo superiore.
Es. Chiamare mais un mais che non ha piu’ le sue caratteristiche originali ma anzi che tutti sanno che e’ stato modificato per poterlo produrre piu’ facilmente...
Ora quindi si preferisce ottenere un risultato a scapito del valore di un oggetto e a scapito del valore del suo concetto.
Questo e’ dovuto al fatto che in quel momento per mantenere il valore originario di quell’oggetto e’ necessario uno sforzo che la gente non e’ disposta a fare.
Es. La madre preferisce (e la societa’ anche) accettare che una madre sia definita come tale anche se non soggetto del processo riproduttivo per non rinunciare a un bisogno o per non sapersi opporre alla richiesta di questa categoria di persone.
Probabilmente anche la definizione di uomo e di donna con il senso della loro funzione come era intesa in passato, il concetto di figlio e altri ancora, hanno subito questa metamorfosi per ragioni "pratiche", dove il soggetto rinuncia a certi ruoli, caratteristiche, diritti, doveri in cambio di una maggiore facilita’ di rapporti.
Ed e’ questa una delle ragioni per le quali cambia la morale.
Questo processo pero’ che non si basa su una maggiore assunzione di responsabilita’, che non si basa su una lotta per sostenere i valori ma che cambia i valori, attraverso l’artificio della modifica delle definizioni, si basa su una debolezza, e’ il riconoscimento di una debolezza che in qualche modo si autoalimenta e che rinuncera’ sempre piu’ allo sforzo in cambio della semplificazione e delle facilita’.
Ora lo sforzo non va considerato come un fine a se stesso, come l’espressione di un masochismo o di un narcisismo, ma come la capacita’ di mantenere intorno a noi un sistema di concetti e di valori che fanno parte del valore della nostra personalita’.
Con questo non escludo che questi valori possano cambiare, ma il loro cambiamento deve avvenire attraverso una scelta consapevole che e’ tale solo se e’ chiara la definizione dell’oggetto, e non attraverso un meccanismo ambiguo che serve a legittimare la nostra incapacita’ di mantenere tali valori.
Perche’ cosi’ facendo noi legittimiamo un processo di impoverimento della nostra personalita’ e della nostra societa’ e rendiamo impossibile l’opporci ad esso.
Ritengo che alcuni elementi della nostra epoca concorrano a creare le premesse di questo indebolimento e fra questi:
a- la tecnologia,
b- l’alimentazione,
c- il modo di nascere,
d- i rapporti economici.
a- La tecnologia ha come obiettivo quello di rendere piu’ facile il lavoro dell’uomo. Ma e’ evidente che mano a mano che questa si sostituisce a funzioni che prima faceva l’uomo, l’uomo perde la capacita’ di farle.
es. il sistema muscolare che tende a ridursi; idem per la memoria ecc....
E se l’obiettivo della tecnologia e’ quello ultimo di spingere un bottone per ottenere tutto, anche le altre funzioni della sfera emotiva verranno perse e sacrificate sull’altare della praticita’ e della economicita’ per cui alla fine ci si chiedera’ cosa rimane dell’uomo, quali e quanti valori resteranno ancora in lui alla fine di questo processo.
b- L’alimentazione tende ad essere sempre piu’ povera di principi energetici, 1/10 oggi di quelli che si avevano 70-80 anni fa.
Evidentemente un individuo fisicamente debole tendera’ ad essere debole anche sul piano psichico e la sua personalità avrà meno forza e carattere.
E la poverta’ dell’alimentazione e’ il risultato di procedimenti piu’ pratici.
c- Il modo di nascere.
Ritengo che la forza della personalita’ abbia le sue basi nella forza del rapporto affettivo con la madre e che i primi istanti siano piu’ importanti dei seguenti.
Staccare un figlio dalla madre appena nato e per praticita’ metterlo in una sala parto interrompe questo rapporto e probabilmente da’ al figlio un senso di solitudine che si ripercuotera’ nel futuro.
Traumatizzarlo con procedure di parto non adatte, idem.
Non lasciargli una continuita’ affettiva dopo la nascita (es. utero in affitto) puo’ portare agli stessi risultati.
d- Rapporti economici
Un esempio della tendenza a ridurre le caratteristiche che l'umanita' e' disposta a prendere in considerazione, per ragioni pratiche (e tramite i meccanismi della globalizzazione economica) e' l'invadenza dell'economia, per cui i rapporti umani diventano sempre di piu' soltanto rapporti economici (v. le nuove regole del commercio: WTO, massima teorizzazione della globalizzazione) dove gli altri valori (e sono tanti) non hanno ne' valenza ne' diritti.
Preferiamo i rapporti economici che sono i rapporti umani piu' pratici ma piu' banali.
L'espansione dell'economia nei rapporti umani va di pari passo con lo sviluppo della tecnologia, perche' la tecnologia riduce la capacita' emotiva e quindi siamo solo capaci a relazionarci con dei parametri sempre meno emotivi, quantitativi e non qualitativi.
E i valori quantitativi sono sempre di piu' gli unici che riusciamo a capire e a riconoscere come tali giustificando fra l'altro l'esistenza nel mondo di sacche enormi di poverta' sempre piu' estese di cui ci interessiamo sempre meno proprio perche' sono povere e quindi con poco valore.
Ma la praticita' e' un valore relativo che fa riferimento ad un risparmio di tempo, di spazio o di energia.
La praticita' di un procedimento e' tale solo se confrontata con un procedimento meno pratico dove sentiamo di poter risparmiare qualcosa che sentiamo limitato per gli obiettivi che ci proponiamo.
Es.: Se noi abbiamo tempo a disposizione facciamo le cose piu' lentamente, ecc...
La praticita' e' un valore che deriva dalla nostra esigenza di migliorare i nostri bisogni primari (essenziali) e i nostri bisogni relazionali (indotti).
In un individuo che vive isolato e' relativamente piu' facile individuare i bisogni primari essenziali ma in un individuo che vive in gruppo i bisogni relazionali crescono diventando a loro volta essenziali per la vita in comune.
Da questo il pregio di isolarsi per ritrovare i propri valori piu' essenziali.
E' chiaro che la praticita' e' un concetto che si autoalimenta. Se infatti l'uso di un meccanismo riduce la funzionalita' di un organo, v. muscolatura, la fase successiva sara' la richiesta di un meccanismo ancora piu' efficiente e di cui non si sentiva il bisogno all'inizio del processo, proprio perche' quell'organo sara' diventato meno efficiente.
Es.: il bisogno di energia ha una crescita piu' che proporzionale nel tempo a parita' di altre condizioni. Il altre parole la necessita' di progresso si autoalimenta.
Delega tecnologica
Tornando all'esempio della creazione di personaggi con il computer, e' quanto mai evidente la sostituzione del reale con il virtuale anzi, viene affermato con chiarezza e si riconosce al non esistente parivalore con l'esistente e la sua assoluta intercambiabilita', anzi lo si preferisce.
Quello che voglio sostenere e' che questo meccanismo sostitutivo in verita' e' gia' cominciato fin da quando noi abbiamo affidato una nostra funzione ad uno strumento e che fin da allora era iniziato il processo di "virtualita'" che nell'esempio (reale) precedente si esprime nella forma piu' estrema.
In altre parole la delega di una funzione e' un meccanismo di virtualizzazione. E come dicevo, la delega di una propria funzione significa dopo un po' la rinuncia ad una propria capacita'.
Dialogare con una persona virtuale e riconoscerle lo stesso valore di una persona reale, significa un po' alla volta non essere piu' capace di dialogare con una persona reale. Perche' se e' piu' pratico dialogare con una persona virtuale daremo piu' valore alla persona virtuale e useremo quella reale sempre di meno. Fra l'altro la persona virtuale e' costruita sulla base di una esigenza di un certo tipo di dialogo, cioe' noi non dialoghiamo piu' con un "altro" ma con un altro creato da noi, quindi con noi stessi.
Nel momento in cui noi dialoghiamo con un essere costruito da noi e che noi creiamo in funzione delle nostre esigenze e conoscenze noi limitiamo il nostro dialogo ad esseri che avranno un numero limitato di caratteristiche, quelle che noi gli diamo, non dialogheremo piu' con esseri diversi da noi con peculiarita' sconosciute, nuove, da scoprire. Il dialogo sara' una ripetizione di quello che in qualche modo gia' conosciamo, e che anzi per ragioni pratiche noi cercheremo di restringere sempre di piu', e che diventera' sempre piu' banale. E saremo sempre meno in grado di dialogare con persone reali.
E questo naturalmente vale per tutto il mondo intorno a noi compresa la natura che modificata in base a nostri criteri diventera' sempre piu' uniforme (perdita di biodiversita' interiore ed esterna).
La scienza tecnologica gia da due secoli sta cercando di creare l'intelligenza artificiale con un accanimento degno di miglior causa, in verita' sta portando l'Umanita' a dei livelli sempre piu' alti di stupidita' artificiale.
La delega tecnologica e' il grande suicidio dell'umanita' assurto a valore, come per il suicida che sente il suicidio come un valore, come una affermazione della propria scelta, come unica affermazione possibile del proprio se'.
Direi il glorioso suicidio dell'umanita', che considera l'affermazione delle proprie scoperte piu' importante della propria esistenza. E l'affermazione della scienza è piu' importante del rischio di distruggere il mondo.
Con l'esempio piu' chiaro quando gli scienziati atomici hanno deciso di fare esplodere la prima bomba atomica ben sapendo che c'era la probabilita' di innescare una reazione a catena che poteva distruggere la Terra. Ma la scienza doveva andare avanti. E questi scienziati vengono ricordati e osannati come geni, a loro vengono intitolate strade ed universita', proprio a loro che ci hanno fatto correre a tutti il rischio di sparire. E ancora Clinton ha autorizzato gli scienziati a proseguire un esperimento per trovare un nuovo elemento (la particella di Higgs), che ha la probabilità, anche se remota, di ridurre la terra ad una palla di m.100 (cento) di diametro.
Se poi si prende in considerazione l'ipotesi che le domande che l'uomo si pone non derivano necessariamente dal bisogno di avere una risposta quanto piuttosto dal bisogno di esprimere un dubbio, cosi' come il bisogno di andare in un posto e' molto spesso l'ansia di lasciare un posto, si capisce la premessa esistenziale della conoscenza e della scienza.
Premessa esitenziale che consente di capire che le domande che ci si pongono e le scoperte a cui si mira sono spesso e volentieri l'espressione di un malessere in cui si vive cosi' come lo e' la necessita' di viaggiare e spostarsi in continuazione a velocita' sempre maggiore.
Questo malessere e insoddisfazione deriva anche dalla tecnologia che lascia libere in noi una quantita' di energie non piu' assorbite dal lavoro manuale.
Forse per chiarire il concetto possiamo dire che la razionalita' e' uno strumento di cui ci serviamo quando stiamo male. Dal che, estrapolando, possiamo dire che la verita' e' il benessere.
Ci si potra' chiedere quale benessere: quello fisico ? quello psichico ? la soddisfazione di sè ? ecc... Io penso che se una persona prova benessere non cerchera' ne' di chiarirlo ne' di capirlo e sara' ben lieto di lasciare da parte la sua razionalita'. E come abbiamo visto il riconoscimento del proprio benessere come valore e' il risultato di un processo localista.
Per cui i termini: conoscenza, informazione, quantita', espansione, velocita', oggi non sono piu' l'espressione di valori positivi a cui tendere il piu' possibile ma il metro di una paranoia.
E questo non sarebbe un gran danno se fosse possibile lasciarlo a pochi eletti, ma purtroppo queste sono le premesse per portarci tutti nel baratro.
E comunque la risposta alle esigenze esitenziali di conoscenza poteva rimanere un fatto positivo finche' rimaneva un fatto esistenziale quando cioe' i processi conoscitivi erano dei processi dove l'intuito e l'ingegno appartenevano al ed erano sviluppati dal soggetto e non il risultato di una delega alle macchine.
Quello che scopriamo attraverso le macchine non e' fisiologico per la nostra esistenzialita'. Crea soltanto ansia e non profonda soddisfazione perche' le energie investite sono soltanto parzialemnte le nostre , lasciando continuamente la porta aperta all'esigenza di nuovi investimenti energetici.
Come detto in un altro punto, ritengo che la soddisfazione viene piu' dall'investimento emotivo che dal risultato.
Quello che noi scopriamo attraverso le macchine non solo non e' fisiologico da un punto di vista soggettivo di chi ricerca, ma anche da un punto di vista oggettivo. Cioe' la scoperta fatta attraverso le macchine puo' essere utile al singolo in quel momento, ma non nel lungo periodo del singolo e certamente non per la specie.
In questo caso infatti i risultati che vengono inseriti nell'organismo umano inteso sia come organismo biologico individuale che come specie umana trovano ad accoglierli una piattaforma non preparata.
Cioe' non sono il risultato di un organismo in evoluzione equilibrata, dove ogni modifica e' il risultato di un processo interno, fisiologico al sistema, poiche' deriva dal sistema, ma sono una sovrapposizione che, per trovare un equilibrio, deve intromettersi nel sistema spostando tutta una serie di equilibri preesist,enti.
Un esempio di questo e' la medicina occidentale che modificando o annullando il sintomo crea una situazione di miglioramento ma smuove una serie di equilibri che portano danni in altri componenti dell'organismo.
Noi vediamo invece altre medicine (es. quella cinese) che evidentemente ha proceduto attraverso l'intuito, la ricerca interiore, l'esperienza e il tempo, che quindi e' capace di tener conto delle cause profonde e degli equilibri originari ed e' quindi capace di risalire all'origine del male senza fermarsi al sintomo.
Piu' in generale possiamo dire che la scienza tecnologica e' la cura del sintomo.
Esempio di questo e' l'accumulo di scorie e rifiuti in un processo dove la scienza scopre e la tecnologia applica e inserisce nell' "organismo Umanita'/Natura" elementi per soddisfare dei bisogni ma che proprio perche' non prodotti dall'interno del sistema ma inventati "dal di fuori", non possono poi essere riassorbiti, creando quindi squilibri a catena.
E' evidente che anche il "principio di precauzione", che prevede prove e sperimentazioni per verificare se un prodotto e' nocivo, e' un debole rimedio perche' non conosciamo tutte le relazioni tra un nuovo prodotto e la catena degli infiniti equilibri preesistenti. Principio ancora piu' debole quando per ragioni di mercato non si applica per niente. Ed anzi in base a dei sani principi della globalizzazione economica si cerca di diffondere prodotti nuovi il piu' rapidamente possibile in tutti gli angoli del mondo.
Con l'allargamento della tecnologia stiamo sostituendo la base biologica dell'ambiente e dell'organismo umano con dei meccanismi e prodotti non biologici e comunque piu' limitativi di quelli che hanno portato all'attuale equilibrio biologico.
(Piu' limitativi perche' risultati di obiettivi posti dall'uomo che comunque sono numericamente inferiori alle infinite combinazioni delle interazioni degli elementi naturali durante le epoche della evoluzione. Cioe' quando noi proponiamo una soluzione tecnologica invece di una soluzione naturale, riduciamo la complessita' della funzione estraendo solo quello che noi comprendiamo e quello che noi vogliamo da quella funzione, evitando un contorno che invece era fondamentale perche' quella funzione fosse biologicamente in equilibrio con il resto della natura).
Poiche' non comprendiamo il valore di questo contorno in parte lo distruggiamo (es. le foreste distrutte per estrarre solo il legname pregiato) in parte semplicemente lo scartiamo (es. le componenti accessorie di un principio attivo vegetale escluse dai processi di sintesi).
Ad un certo punto la funzione tecnologica portera' ad una riduzione della base biologica che non sara' piu' sufficiente alla sostenibilita' della vita, ne' dell'ambiente ne' dell'uomo.
In questa fase dello sviluppo dell'umanita' dove la scienza e la tecnologia tendono a creare un modo di vivere sempre piu' tecnologico con in cambio la distruzione della vita biologica, non sarebbe piu' interessante concentrare tutte le proprie energie per riportare la vita nella struttura biologica originaria invece di cercare di creare qualcosa sempre piu' artificiale?
Da un punto di vista dell'impegno scientifico e culturale lo sforzo e la soddisfazione per il risultato oramai sarebbe almeno lo stesso perche' e' come se l'umanita' si trovasse su uno spartiaque dove la scienza che conserva non e' meno interessante e meno creativa della scienza che crea o che scopre.
D'altra parte la scienza di oggi che crea e che scopre attraverso la tecnica contiene in sè una buona dose di idiozia.
Intendo per idiozia un rapporto passivo con l'evento a cui si assiste.
Ed infatti le scoperte oggi sono certamente impostate da un ragionamento e da un intuito, ma sviluppate poi da macchine e da automatismi ; sono piu' il risultato di investimenti finanziari che l'espressione di genialita'. Non ultimo la scoperta della sequenza del genoma umano dove la ditta (ripeto ditta) Celera e' riuscita prima nella corsa alle scoperte avendo potuto mettere a lavorare una sessantina di computer tra i piu' potenti, cosa che i concorrenti (statali) non hanno potuto fare per questione di finanziamenti e di burocrazia.
E vorrei aggiungere che molte scoperte sono assolutamente casuali, capitando fortuitamente nell'ambito di una serie grandissima di prove svolte da macchine molto spesso indirizzate ad obiettivi completamente diversi.
Quindi oggi la scienza tecnologica a torto viene considerata tra i massimi valori dell'intelligenza umana.
Una scienza che si muovesse in senso inverso, indirizzata cioe' a ricreare gli ambienti naturali perduti, le capacita' personali perdute, i gusti, i sapori, le emozioni perdute, le atmosfere culturali, sociali, affettive perdute, cercando di riscoprirle e riproporle per essere usate di nuovo con una maturita' nuova, attraverso uno studio storico antropologico, psicologico, zoologico, botanico, ecc... certamente ridarebbe all'umanita' un patrimonio che la scienza tecnologica procedendo come fa non puo' che dimenticare sembre di piu'.
Perche' non costruire una Universita' per la ricerca di quello che non c'e' piu'?
Ma anche dentro di noi poniamoci il problema se vale la pena dimenticare le sensazioni, i ritmi, le emozioni, gli scenari, che conoscevamo "prima" e se non vale la pena di fare qualcosa per non perderli.
Proponiamoci questa ricerca interiore e proviamo a riappropriarci di qualcosa che era veramente nostro.
Progresso
Attualmente non esiste un limite riconosciuto alla virtualita' ed anzi piu' si usano meccanismi virtuali tanto piu' si pensa di progredire.
Come abbiamo visto la forza della virtualita' sta nella praticita', ma questa esiste nei limiti in cui esiste un confronto con gli altri.
La complessita' di un gruppo porta ad aumentare i bisogni relazionali perche' per partecipare ad un gruppo si deve accettare i suoi valori per non sentirsi esclusi.
E per crescere nella scala sociale si tende ad esprimere e possedere il piu' possibile tali valori.
E' la concorrenza con gli altri individui del gruppo che spinge a sottostare al principio di praticita' e di virtualita' e a puntare sul progresso.
Come gia' detto, il principio di praticita' e di virtualita' portano ad una delega della nostra funzionalita' a dei meccanismi tecnologici che rendono obsoleti certi concetti ma anche inutili certe nostre funzioni: memoria, muscolatura, salute, intuito, pensiero, ... che sono (o che erano) le caratteristiche dell'individuo in quanto tale.
Il processo di praticita' e di virtualita' hanno allora anche un limite che deriva dal riconoscimento della validita' o meno di queste nostre funzioni.
Ora tornando alla virtualita' il problema e' definire quale livello di virtualita' puo' essere accettato. Il che significa chiedersi quale grado di progresso tecnologico l'uomo deve scegliere o di quale accontentarsi e in quale "civilta'" vogliamo vivere dal momento che oggi piu' che mai identifichiamo il progresso con il progresso tecnologico.
E' certo che se accettiamo il ragionamento precedente il grado di minore delega tecnologica e quindi emotiva la troviamo negli animali.
Per cui potrebbero essere gli animali gli esseri che hanno la maggiore capacita' di emozionarsi e di godere. Probabilmente nel regno animale gli l'animali con piu' capacita' di funzioni e quindi di emozionarsi e quindi di godere sono gli animali piu' evoluti e nel regno umano sono gli uomini piu' primitivi. Sono gli esseri piu' localisti con il piu' alto grado di capacita' emotiva. Percio' per dirla con Choran: "Residui di umanita' si trovano ancora soltanto in quei popoli che lasciati indietro dal cammino della storia non hanno nessun desiderio di raggiungerla". Dove per umanita' non si intende soltanto un valore etico ma l'indicazione di una capacita' individuale di essere sé stessi, di vivere le proprie funzioni e la propria autosufficienza non castrati dalla virtualita' del progresso.
Un'altra ipotesi potrebbe essere che gli esseri con la piu' alta capacita' di emozionarsi siano gli uomini prima dell'uso degli strumenti tecnologici, cioe' fino a prima della stampa.
Entrambi le ipotesi non cambiano la sostanza del problema, che cioe' oggi siamo privati sempre di più delle nostre funzioni esistenziali delegate alla tecnologia.
E' certamente difficile proporsi un cammino di detecnologizzazione ma se noi continuiamo a credere nei valori della tecnologia, oggi che la tecnologia puo' sostituire tutte le funzioni dell'uomo, l'uomo sparisce sia psicologicamente che fisicamente perche' e' la funzione che crea l'organo o se preferiamo: un organo non usato si atrofizza.
E quando dico che la tecnologia puo' sostituire tutte le funzioni dell'uomo dico anche il pensiero. O meglio dobbiamo distinguere:
1) il pensiero come capacita' di attivarsi per raggiungere certi obiettivi,
2) dal pensiero come espressione della propria autocoscienza e senso del sé.
Nel primo caso e' fuori dubbio che la tecnologia puo' sostituire tutte le funzioni.
Ma nel secondo caso anche se la tecnologia non potesse sostituire l'autocoscienza e la sensazione del sé poiche' l'attivita' emotiva si riduce sempre di piu', anche l'intensita' dell'autocoscienza e del senso del sé tendera' allo zero.
Sul piano della vita pratica inoltre la tecnologia, creando e proponendo in continuazione dei nuovi sistemi di maggiore praticita', continua a mettere in concorrenza i consumatori tra di loro con un ritmo sempre piu' frenetico (tutti vogliono avere la novita' per non essere superati dagli altri) in un procedimento senza fine di sempre maggiore depauperamento funzionale ed emotivo.
La tecnologia e' quindi una truffa per l'umanita' proponendosi fra l'altro come simbolo di status per cui chi non vi accede e' considerato un retrogrado mentre e' vero esattamente il contrario.
Fondamentale e' una moratoria della tecnologia e della scienza dato che la scienza oggi non e' una disciplina astratta ma applicativa. Le uniche scienza che potrebbero sussistere sono quelle che studiano questi processi senza l'ausilio di mezzi tecnologici.
Per ritornare ad uno stato anteriore a questa perdita di funzionalita' occorrerebbe eliminare tutti i meccanismi automatici di cui ci si serve.
E' chiaro che il mondo si fermerebbe. Gli unici che sopravviverebbero sarebbero quelli che gia' vivono senza servirsi di meccanismi automatici cioe' le popolazioni primitive con diretto accesso alle fonti di alimentazione o che le producono con il lavoro manuale e l'energia animale.
Ma quando sara' possibile porre un limite al concetto di praticita', alla ossessione di fare cose pratiche ?
Pensare di poter vivere per vivere ?
E di poter vivere le cose belle ?
Mai ! O meglio solo quando si sara' fermato lo sviluppo tecnologico cioe' quello che oggi chiamiamo progresso. Solo allora potremo tirare un sospiro di sollievo, potremo rilassarci, godere di quello che siamo e di quello che abbiamo, non piu' rosi dall'ansia di andare oltre senza sapere dove e senza capire perche'.
E soltanto allora capiremo tutto quello che abbiamo perso, tutto il tempo che abbiamo perso, e potremo covare il rancore per quello che e' stato causa di cio' e desiderio di vendetta verso chi sapendolo ci ha ingannato.
Definizione di progresso e di felicita'
La felicita', il godimento, e' il soddisfacimento di una funzione.
Da cui: tante piu' funzioni abbiamo (e tante piu' funzioni possiamo soddisfare) tanto piu' possiamo godere.
Ora, troviamo un minimo di funzioni nella fase piu' primitiva del regno animale (v. ameba) per assenza di differenziazione funzionale dovuta ad una mancanza di evoluzione ma mano a mano che l'evoluzione procede abbiamo visto crescere le funzioni biologiche e psicologiche. Oggi pero' tendiamo (uomo) ad una riduzione delle nostre funzioni dovuta alla delega tecnologica.
Noi vediamo che il godimento viene nel momento in cui noi svolgiamo con pienezza una nostra funzione (sia biologica che psicologica) tanto piu' noi investiamo le nostre energie per il raggiungimento di uno scopo tanto piu', al raggiungimento dell'obiettivo, noi saremo soddisfatti e proveremo piacere.
Tanto piu' spesso noi abbiamo funzioni da svolgere, sempre che siamo in grado di farlo, tanto piu' avremo opportunita' di soddisfazione e di piacere.
E tanto meno noi soddisfiamo le nostre funzioni potenziali tanto piu' soffriamo.
Se adesso ci riferiamo al concetto di biodiversita' possiamo dire che la biodiversita' va difesa non solo per il suo valore biologico ambientale come premessa alla sostenibilita' della vita, ma anche perche' sul piano interiore rappresenta il modo di applicare il maggior numero delle nostre funzioni.
La virtualita' e' un concetto relativo nel senso che adattandoci a vivere in situazioni virtuali noi troviamo un nuovo equilibrio psicologico e fisico di cui possiamo anche sentirci soddisfatti. Ed infatti la maggior parte dell'Umanità è soddisfatta del "Progresso" che ha raggiunto.
Noi preferiamo in verita' da una parte ridurre la biodiversita' e dall'altra ridurre le nostre funzioni.
Il problema e' che nel nuovo equilibrio da noi raggiunto noi abbiamo perso una parte delle componenti che formavano l'equilibrio precedente. Abbiamo rinunciato ad alcune nostre funzioni.
E' indubbio che un mutilato puo' trovare dopo un po' un suo nuovo equilibrio dove forse puo' prescindere dalla mancanza di alcune funzioni che aveva prima, ma sarebbe difficile sostenere che questa situazione e' per definizione migliore di quella precedente.
Quando si assiste alla distruzione di opere d'arte o di ambienti belli certamente dopo un po' ci abitueremo a vivere senza ma vivremo con un po' di bellezza in meno. Dove le nostre funzioni di gusto, di giudizio, di confronto, di uso saranno ridotte.
Ma forse della bellezza non ce ne frega niente, allora diciamolo chiaramente, diciamo chiaramente che non ce ne frega niente di aver distrutto la bellezza di innumerevoli citta' con grattacieli idioti di cemento e vetro e di vetro e cemento. Dove la fantasia dei nostri architetti spazia senza posa tra le varie combinazioni di questi due materiali.
Citta' dove le periferie squallide danno il colpo di grazia a chi era gia' depresso. O coste cementificate per far posto a schiere di alberghi dove si cerca in tutto e per tutto di ripetere le pratiche e banali funzioni della vita cittadina e che si costruiscono su tutte le zone naturali piu' belle rovinandole e dove degli imbecilli trasportati come valigie possono estasiarsi di fronte a panorami "incantevoli".
Beni di consumo identici in tutte le parti del mondo che tolgono la voglia di viaggiare per non andare a ritrovare le stesse cose che abbiamo lasciato nella nostra citta' e che anche li' ci auguriamo di potere eliminare.
E poi ci scandalizziamo quando dei Talebani fanno saltare con la dinamite le statue del Buddha (almeno loro lo fanno per salvare la loro cultura). Mentre noi con tutti i mezzi possibili (compresa la bomba atomica) abbiamo distrutto e continuiamo a farlo: aria, acqua, terra e vita in tutte le sue forme possibili e immaginabili perche' dove c'e' vita non c'e' progresso.
Uno studio neurologico ha dimostrato che l'attivazione di nuovi neuroni provocava gioiosita' ed eccitamento.
Forse questa e' la dimostrazione scientifica della necessita' dell'aumento e del potenziamento delle nostre funzioni e dell'importanza della biodiversita' (biologica e culturale) ma tale potenziamento per dare gioia deve essere nostro, non delle macchine.
Forse questa e' la dimostrazione in laboratorio del meccanismo della vitalita'. E' un po' triste dover ricorrere ad una prova di laboratorio per capire cosa vuol dire sentire la vita.
Potevamo anche basarci su quello che ogni persona sana sente dentro di sé.
Ma oggi quello che uno sente dentro di sé non e' una dimostrazione sufficiente, preferiamo delegare questa funzione (intuitiva) a degli strumenti.
La vita e' vitale e la vitalita' e' vita. Questo concetto e' la conseguenza del postulato che e' meglio essere vivi che essere morti, ma forse, nell'attesa di una dimostrazione di laboratorio, non tutti sono disposti ad accettarlo.
Ieri ho piantato due gerani. Mi ha dato piu' piacere che se avessi concluso un affare. E' chiaro che non e' piantando due gerani che si paga l'affitto di casa ma se non ci fosse da pagare l'affitto di casa sarebbe bello poter piantare spesso due gerani. Ma allora una volta pagato l'affitto di casa stabiliamo che l'obiettivo successivo e' quello di piantare due gerani.
Non porto questo esempio come l'idealizzazione di una modalita' serena e gentile che deve abbellire la nostra vita e che e' sufficiente per giustificarne la illogicita' e il peso per continuare ad accettarla.
E' l'esempio di una modalita' di essere contro altre modalita' di essere. E' l'esempio del piacere di trafficare con le proprie mani, dentro la terra e far crescere una cosa fisica e viva dal suo inizio. Un esempio del piacere di fare una cosa a prescindere se e' grande o piccola ma per se' stessa e da se' stessi. E l'esempio di una situazione migliore rispetto ad altre piu' grandi ma non migliori. E l'esempio di come siano sempre piu' rare queste situazioni migliori. E' un esempio di come noi le releghiamo sempre di piu' ai margini della nostra vita.
La grande quantita' di informazioni che ognuno di noi riceve non aiutano il nostro "Localismo". Ci trasferiscono continuamente in un altro posto, in modo virtuale ed in una sensazione virtuale. Situazioni che tanto piu' sono frequenti tanto meno possiamo sentire. Sono situazioni che possiamo capire ma non piu' sentire. La nostra emotivita' e' piu' lenta della nostra mente, ma piu' profonda. E proprio perche' piu' lenta non riesce a trovare spazio nella velocita' del nostro modo di vivere che rimane superficiale e non qualitativo. Se non rispettiamo i tempi della nostra emotivita' si crea un vuoto tra mente ed emotivita' che ci porta ansia, angoscia.
Il desiderio della nostra societa' di andare avanti e' una spinta che viene dall'insoddisfazione in cui essa vive. Se noi fossimo soddisfatti del nostro modo di vivere non cercheremmo di cambiarlo. Gli animali superiori quando stanno bene tendono a stare fermi.
E' chiaro che la misura di quante informazioni o quante cose possiamo digerire e sentire senza provare il vuoto dentro di noi e' variabile da persona a persona, da momento a momento, dal nostro stato di salute, ecc..., ma il punto di riferimento e' sempre soggettivo, e' dentro di noi che dobbiamo chiederci e sentire se e' meglio avere, conoscere, fare di piu' oppure fermarsi per poter vivere quello che gia' si ha.
Ma la nostra societa' non ci aiuta a fare questo. La nostra societa' ci spinge con tanti mezzi chiari, meno chiari, subdoli o violenti, ad andare avanti, non c'e' un limite a questo avanti. Esso e' il risultato sia di input direi tecnici: sistema economico, tecnologia, concorrenza sociale, pubblicita', ..... Sia di giudizi di valore, es.: il futuro e' rappresentato come una situazione sempre migliore del presente. Idem per la crescita, il nuovo, in qualunque campo: modificare, crescere, muoversi velocemente, aumentare, questi sono i giudizi di valore della nostra societa'.
Giudizi di valore che fanno sentire il concetto di localismo piccolo e brutto. che fanno ridere di fronte a chi pianta due gerani o chi svolge ancora il lavoro manuale. Una delle prossime tappe sara' considerare con disprezzo o con derisione chi e' nato dall'utero materno. Se non si rivaluta il lavoro manuale, ripeto non per valori etici, ma per la soddisfazione che da', non ci sara' ragione di non preferire di concepire i figli in modo artificiale. Non c'e' nulla di strano concepire i figli in modo artificiale, facciamo gia' tante cose in modo artificiale e virtuale, semplicemente rinunceremo ad una soddisfazione che fino ad oggi ha rappresentato una parte importantissima della nostra vita, della nostra esistenzialita', della nostra emotivita', delle nostre relazioni. Evidentemente non rinunceremo solo a soddisfazioni. Nascere e far nascere e' anche un impegno, ma un impegno che ricompensa. Noi oggi preferiamo rinunciare alla ricompensa emotiva, alla soddisfazione, alla gioia, per evitare l'impegno. Noi rinunciamo alla vita per evitare l'impegno, noi preferiamo essere morti che essere vivi.
Comunque, premesso quanto sopra, se effettivamente non riusciamo piu' a sentire questo concetto senza il conforto di una prova sperimentale ben venga questa sperando che essa serva di supporto ad un concetto che forse ancora esiste (la vita) perche' altrimenti malgrado ogni possibile dimostrazione nessuno fara' sentire di nuovo all'umanita' un concetto che essa non prova piu' e che viene considerato superato.
A questo punto c'e' da chiedersi se e' meglio da una parte una dimostrazione sperimentale oppure dall'altra una ricerca interiore, una poesia o una musica piena di pathos: chi dei due puo' spiegare meglio la vita ? Sempre che siamo ancora capaci di scegliere.
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