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Chernobyl minaccia di crollare. Un nuovo sarcofago dovrà mettere in sicurezza il reattore che esplose nel 1986. Rivelazioni incredibili su come si è fatto fronte all’emergenza …
Chernobyl minaccia di crollare. Un nuovo sarcofago dovrà mettere in sicurezza il reattore che esplose nel 1986. Rivelazioni incredibili su come si è fatto fronte all’emergenza …
Fonte: Progetto Humus (solidarietà con Chernobyl) http://www.progettohumus.it
Fonte primaria: Paris-Match
di Delphine Byrka - Traduzione di ProgettoHumus
Ventuno anni dopo la catastrofe di Chernobyl, il più grave incidente nucleare mai successo, un nuovo sarcofago dovrà mettere in sicurezza il reattore N° 4 che esplose il 26 aprile 1986, e dove tuttora si consumano 190 tonnellate di magma radioattivo. Lunedì scorso, Hervé Novelli, il Segretario di stato francese incaricato per le Imprese ed il Commercio estero, si è recato in Ucraina per ufficializzare la sigla del contratto per i due gruppi francesi, Vinci e Bouygues, che dovranno realizzare il nuovo involucro di contenimento, detto “arco di Chernobyl”. Costruito in fretta, dopo lo sganciamento di tonnellate di sabbia, argilla e piombo, il primo sarcofago ha sofferto notevolmente per le intemperie e la radioattività. L’arco metallico di 20.000 tonnellate, che dovrà essere terminato nel 2012, permetterà di finirla con le rovine e la leggenda maledette di Chernobyl.
“Un gusto metallico nella bocca, come se si fossero lavati i denti con dentifricio al ferro”. Ai piedi del reattore N° 4, la frase lasciatasi sfuggire poca fa da Nicolaï Galouza “chernobyliano contaminato di livello tre”, giunge come un boomerang. Come un’eco, una nota che adesso suona come un avvertimento: “Il danno radioattivo è invisibile. Quando se ne ha coscienza, è già troppo tardi”. Il vecchio “liquidatore”, secondo il nome dato agli eroi che hanno costruito questo mostro per contenere le 190 tonnellate di combustibile che costituiscono i resti del reattore maledetto, ha oggi 43 anni. Dietro al muro, a portata della mano inguantata, la bestia sonnecchia nella sua gabbia di cemento ed acciaio. Nessun gusto metallico in bocca, protetta dalla maschera. Lo schermo del dosimetro per le radiazioni è impazzito, ma l’apparecchio clippato sulla combinazione di protezione, è stranamente silenzioso. Nessun bip d’allarme, solo delle cifre e delle sigle che sfilano sulla fettuccia della cassa elettronica non più grande che una scatola di fiammiferi. Sempre più in fretta. E in maniera esponenziale, al filo dei secondi che scorrono. Senza avvertirci, Anatoli Evtuk, l’ingegnere che ci accompagna, ha regolato i nostri codici di misurazione sul modo silenzioso … Per esperienza, sa che l’imbizzarrimento delle emissioni sonore può provocare delle vere crisi di panico ai visitatori.
AI BORDI DELLA STRADA ASFALTATA, IRINA SORRIDE: “LA TERRA DI CHERNOBYL NON È MORTE”.
In questo punto la dose di radioattività esplode: fra 130 e 170 microsievert di portata per ora. In meno di 100 metri, il rischio si è moltiplicato per dieci. Qui, in un’ora, l’organismo ha già assorbito la dose limite giornaliera per un operaio in un settore irradiato. Nessuna presenza umana nella zona interdetta. Solo un vecchio camion cisterna dell’era sovietica farà una apparizione lampo sul luogo. Il tempo necessario per innaffiare il suolo asfaltato attorno al blocco 4 “per trattenere al suolo le polveri contaminate”, secondo le spiegazione ufficiale. La precauzione sembra derisoria, il vento s’è già alzato. Nel silenzio di questo deserto nucleare, si sentono pure gli eccelli cantare
Nessun requiem per la natura a Chernobyl. Alla fine dell’interminabile corridoio della stazione militare, ultimo checkpoint di sicurezza prima di oltrepassare una piccola porta di lamiera bucata nel muro della “zona rossa”, si è notato bene un nido vuoto appeso al soffitto decrepito. Ma come immaginare, ad un battito di ali, una nidiata di uccellini vivi? “Sono allodole”, precisa la traduttrice. Irina Smirnovna racconta che “prima dell’incidente” gli abitanti di Kiev amavano, ai primi bei giorni di primavera, fare picnic nel sottobosco attorno alle betulle. Giovane mamma di due bambini, abita a Slavutich, la città dormitorio costruita dopo l’incidente per le maestranze della centrale a 100 chilometri, perduta ai confini con la Bielorussia.
“Ogni volta che prendo il treno da Slavutich fino a qua – dice – mi meraviglio della bellezza di queste foreste. Tutti questi pini, queste betulle, questi pioppi maestosi che agitano i loro rami e le loro foglie nel vento, è un’ode alla vita”. Allora, ai bordi della strada asfaltata che attraversa per 500 metri il primo perimetro contaminato della centrale, quando lo straniero si stupisce di scoprire dei gracili cosmi agitati dal vento, con le loro corolle di petali rosa, Irina sorride: “La terra di Chernobyl non è morta”.
L’ingegnere Anatoli, lui, sa che le erbacce ed i fiori sbocciati dall’altra parte del muro di reticolati non offrono che una maschera pudica alla morte invisibile. Sembra agitato nel vederci fare il piccolo tour. Infatti, Irina rivelerà più tardi che Anatoli non ha mai tolto gli occhi dal suo dosimetro durante il nostro giro attorno al blocco 4: discretamente, man mano che avanzavamo, calcolava il rapporto fra il tempo d’esposizione e l’intensità d’irraggiamento. Nonostante una smorfia di rimprovero, ci lascia accedere, attraverso la collinetta di terra ricoperta di ghiaia, ai bordi del sarcofago. Nessuno pensa alle tonnellate di scorie seppellite al di sotto delle nostre scarpe. Tranne lui. Testa all’indietro per prendere le misure al mostro, lo sguardo da sbirro, a 76 metri di altezza, contro la traversa tubulare del portico di consolidamento del tetto del sarcofago.
“IN EPOCA SOVIETICA, C’ERA UNA SOLA PAROLA IMPORTANTE: BISOGNA! – SI FA CON I MEZZI A DISPOSIZIONE”.
Un’ombra schiacciante opprime, al perpendicolo della parete di lamiere arrugginite assemblate senza saldature. L’impressione è che l’edificio possa crollare da un momento all’altro. Da vicino, la struttura pare tanto fragile quanto un castello di carte. “Se si è riusciti a prolungare di quindici anni la durata di vita di questo sarcofago, è pressoché un miracolo”, conferma Vladimir Borisovski. Ministro della Costruzione nel 1986, fu, con un pugno di ingegneri di apparato, uno degli ideatori dell’ “oggetto”, come aveva definito il sarcofago il Partito. Solamente tre giorni dopo l’esplosione del reattore nucleare, Vladimir è dovuto salire sul tetto dell’edificio che separa i reattori 4 e 3 per fare una lettura a mani levate del cratere. Con un tipico umorismo slavo racconta: “In epoca sovietica, c’era una sola parola importante: bisogna! Il comitato statale mi ha detto: bisogna coprire il reattore in fiamme. Prima di dire agli ingegneri “bisogna fare”, sarebbe stato meglio sapere cosa”.
Oggigiorno imprenditore edile, Vladimir ammette che “in urgenza bisogna agire con i mezzi a disposizione. Non c’erano putrelle, allora si è improvvisato con dei tubi”. All’inizio reticente a parlare, il suo amico Yuri Matveyev, prima ingegnere in un’altra centrale nucleare ucraina, e requisito come tutti i suoi colleghi, afferma: “l’inventiva ha fallito…”. Si mette a raccontare con il suo fisico imponente: “Nessuno immagina che l’armatura delle fondamenta del muro a cascata è costituito da una fila di camion a rimorchio colati nel cemento. Per posizionarli li hanno teleguidati. E per fissarli nel suolo, non si è trovata che una soluzione: far scoppiare i pneumatici! Siccome non ci si poteva avvicinare, si è ricorso ai cecchini…”. Nessuna sorpresa se la parete sfiancata del sarcofago disegna un’inquietante inclinazione.
Da lontano, l’unità 4 della centrale di Chernobyl sembra ad una fortezza impenetrabile. Da vicino, la struttura completamente di sbieco ha piuttosto un aspetto spaventoso. “Contrariamente a ciò che afferma l’AIEA, l’opera è eminentemente pericolosa – s’infervora Vladimir Borisovski chiamando a testimone Iliona, sua nipote di 25 anni, orfana di padre -. Non solo è sempre meno sigillata, ma in più minaccia di crollare. Non ricominciamo a minimizzare i rischi. La nuvola di polvere radioattiva che si libererà allora dalle rovine, sarà una seconda catastrofe”. Dal 1992, data del lancio del concorso di idee per concepire un nuovo involucro di contenimento, Americani, Russi ed Europei si sono messi ad interrogarsi su questo rompicapo tecnico.
Lunedì, è stato il consorzio francese Novarka, pilotato dal gigante francese del B.T.P. Vinci associato a Bouygues, a firmare il contratto di questo progetto titanico. Si tratta di costruire un arco di 257 metri di portata “alto come l’arco della Difesa e più lungo di un terreno di calcio. Solo la struttura metallica peserà tre volte di più della torre Eiffel”, si entusiasma Jean-Louis Le Mao, il responsabile francese dell’operazione, direttore tecnico alla Vinci. Per questo costruttore, è il progetto di una vita. “Sono sedici anni da quando ho deciso di lanciarmi in questa sfida, mi si prendeva per un matto! Per di più io ero totalmente neofita in industria nucleare…”. L’ingegnere bretone sorride: “Se non avessi incontrato degli Ucraini come Vladimir e Yuri, testardi come me, non sarei mai arrivato a concretizzare questo sogno”. Fra tutti gli imperativi, la protezione dei 900 operai contro la radioattività impone l’assemblaggio dell’arco nella zona meno esposta del sito nucleare, su un’area a 200 metri dal reattore che gli addetti, oggi, devono attraversare per raggiungere lo spogliatoio di decontaminazione. Una volta finito, la seconda armatura sarà spinta su dei binari speciali fino a ricoprire la vecchia carcassa. Quel giorno là, Jean-Louis ha promesso a Vladimir di andare a stappare lo champagne lassù, alla sommità dell’arco tanto atteso dall’umanità… Anatoli interrompe il sogno di Jean-Louis. È tempo di lasciare la zona di pericolo. A passo di carica, prendiamo la direzione della vasca di decontaminazione, all’altro capo della fabbrica.
UNA VOLTA FINITO SARÁ SPINTO SU DELLE ROTAIE SPECIALI FINO A RICOPRIRE LA VECCHIA CARCASSA.
Fatto il pediluvio con un liquido violaceo, liberatici della maschera e dei guanti, ci si riversa in tuta e berretto sotto il portico del radiometro. Mani piantate sui fianchi dell’apparecchio, il tecnico attende il verdetto dei tre lampeggiatori. Passano al giallo, sopra ad una parola in cirillico: “Pulito!”. Presto, sfilare i due strati di tessuto, le calze, le scarpe, e filare. Nello spogliatoio misto, Tamara ci afferra per un braccio: “Oh ! oh ! Bisogna lavarsi il viso prima di uscire!”. Esitazione. Non molto allettante pulirsi in questo posto con l’acqua del rubinetto. Tamara, che lavora sul posto da diciannove anni, scherza: “Sapete, non c’è acqua più dolce. Le donne civettuole preferiscono lo stesso lavarsi i capelli qui!”. A Chernobyl, più che altrove, la bellezza è segno di vita.
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