ELENCO DEGLI APPROFONDIMENTI
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Elettrosmog e selva di antenne. Lo scandalo delle potenze radio attualmente in uso, troppo superiori alle necessità.

Elettrosmog e selva di antenne. Lo scandalo delle potenze radio attualmente in uso, troppo superiori alle necessità.
Fonte: Movimento di Cunegonda http://www.cunegonda.info
Il panorama attuale delle telecomunicazioni di tipo broadcast commerciale (radio e tv libere o di stato) in Italia presenta una situazione interessante che vede l'appoggio sulla radiofrequenza per la distribuzione dei segnali nella quasi totalità dei casi. Ciò equivale semplicemente a dire che radio e tv utilizzano i classici ripetitori di potenza distribuiti sul territorio al fine di consentire all'utente finale di fruire dell'accesso alle emittenti. Sembra essere una ovvia considerazione se non si tiene conto che in alcuni altri paesi del mondo la situazione non è proprio uguale alla nostra: altrove il segnale tv e/o radio viene distribuito via cavo. Dunque, perchè si è giunti a questa situazione?
E' indubbio che la realizzazione di una distribuzione via etere abbia costi nettamente inferiori e risulti essere di maggiore immediatezza: basta accendere un trasmettitore e subito chi si trova nella zona di copertura riceve il segnale. Per poter invece consentire la ricezione via cavo bisogna creare una rete fisica di distribuzione molto capillare come quella telefonica, elettrica o in senso più ampio come un qualsiasi servizio di cui fruisce normalmente un'abitazione (acqua, gas...) con costi immediati notevoli e notevole tempo di realizzazione. Naturalmente esistono delle scappatoie tipo la filodiffusione già esistente in Italia che si appoggia alla rete telefonica per il trasporto, solo che un conto è veicolare pochi canali radio nazionali di stato, altra cosa è creare una struttura più capiente ed in grado di essere suddivisa in sottoporzioni per permettere la distribuzione di segnali locali come ad esempio le tv regionali etc. Insomma questo tipo di realizzazione non è indolore (dal punto di vista dell'onere realizzativo richiesto) e inoltre richiede, a cose fatte, un panorama media abbastanza ben definito con un organo superiore che riceva i vari segnali e ne effettui il convogliamento nella rete di distribuzione fisica ed il conseguente veicolamento fino all'utente finale.
Di fatto, agli albori della storia della radio e tv commerciale italiana, si è optato per la via più semplice. E bisogna dire che in effetti la cosa era altamente conveniente: un trasmettitorino con pochi Watt di radio frequenza collocato in un punto adeguato garantiva un'ottima distribuzione del segnale a molti utenti. Successivamente si è pensato di rimbalzare i segnali dalle alture tramite i famigerati ripetitori perchè la tv viaggia su delle frequenze che non permettono la distribuzione diretta su un vasto territorio come ad esempio l'intero nostro stato. Anche in questo caso però, ogni singolo ripetitore emanava pochi Watt, con i quali si riusciva a coprire ottime distanze e, fatti salvi problemi orografici specifici, con un ripetitore si poteva coprire un territorio pianeggiante circa di un'intera regione di medie dimensioni. Fin qui tutto abbastanza accettabile, se non fosse che, negli anni '70 ha preso il via il fenomeno delle radio e tv libere, le quali hanno invaso inizialmente in maniera del tutto abusiva delle frequenze ed hanno piantato radici, prosperando e moltiplicandosi.
I perchè sia sorta questa specie di jungla e non si sia riusciti a far un granchè per dare un'identità da subito a queste emittenti credo si possa ricercare nel momento storico che purtroppo ha visto un dilagare dell'abusivismo un po' in ogni campo, a partire da quello edilizio, di cui molte città ancora ne stanno pagando le conseguenze. Occorre inoltre ricordare che inizialmente le radio facevano un po' anche da portavoce delle varie correnti politiche, e quindi effettivamente rendevano un certo servizio e garantivano maggiormente il pluralismo che difficilmente sarebbe stato possibile in altro modo: bisogna ricordare che all'epoca vi era solo una tv di stato ed una radio nazionale, per cui, volendo far parlare tutte le forze politiche in modo adeguato, probabilmente non sarebbero bastate le 24 ore della giornata. Anche per questo motivo forse, e sottolineo forse, si è cercato di lasciar proseguire la cosa (naturalmente rimane il fatto che erano illegali). Finalmente poi si è cominciato a dare una identità a queste emittenti regolarizzandone la presenza in attesa di un qualcosa che doveva venire (una legge di disciplina). E qui fu fatto il primo grave errore, perché nello specifico non ci si preoccupò di definire da subito dei parametri da far seguire ai gestori delle radio, i quali, come ovvio e storicamente provato dai fatti che seguirono, iniziarono un'escalation di potenza trasmissiva spaventosa: in pochi anni le emittenti aumentarono le loro potenze emissive da 1 o pochi Watt a 50, poi a 100, poi 500 sino a giungere alla situazione attuale che vede le emittenti irradiare potenze per la copertura cittadina comprese tra i 200 ed i 1000 se non 2000 Watt, mentre i ripetitori montani sparano potenze che oscillano tra i 1000 ed i 10000 Watt. Credo che definire un livello medio di irradiazione di potenza dai ripetitori di altura pari a 5000 Watt non sia sbagliato. Perchè si è potuto fare ciò? Semplicemente perchè nella fase transitoria in cui venne resa legale la realtà (peraltro caotica) della radio emittenza era sufficiente presentare una denuncia di inizio attività trasmissiva che indicasse l'ubicazione della sede di distribuzione segnale e degli eventuali ripetitori, impegnandosi a non creare disturbi a quanti altri si erano già piazzati "on the air".
Eccezionalmente non importò stranamente nulla a nessuno di indicare dei limiti massimi di emissione, cosa parecchio strana se si rammenta che l'etere è proprietà dello Stato, il quale di norma lo "concede" in uso, o come recentemente si è stabilito ne "autorizza" l'impegno. Normalmente però quando viene data una tale autorizzazione vengono sanciti dei limiti ben precisi circa le modalità di utilizzo, soprattutto definendo la destinazione d'uso delle frequenze, il o i tipi di modulazione permessi, i limiti di banda e le eventuali canalizzazioni all'interno di essa, la massima modulazione applicabile e, naturalmente, la massima potenza ammessa. Ciò non fu fatto e così le varie emittenti, abbandonate in uno stato di totale anarchia, iniziarono uno scontro che più di potenza si potrebbe definire di prepotenza, una sorta di braccio di ferro misto tra l'aumento di potenza ed il ricorso alle vie legali per la difesa dei territori di copertura precedentemente conquistati.
Le cose si sono svolte più o meno in questo modo: una ipotetica radio x improvvisamente sostituiva il suo amplificatore di potenza da 100 Watt con un più moderno 500 Watt, quindi aumentava di 5 volte la potenza in uscita, con conseguente (quasi proporzionale) aumento della zona di copertura, finendo con l'entrare a sovrapporsi ad una parte di copertura di un'altra ipotetica radio y che molto più in la utilizzava la medesima frequenza di emissione. Questa radio y si trovava così improvvisamente depauperata di una fetta di copertura, senza contare che la linea di demarcazione presentava anche una fascia di interferenze fastidiosa dovuta alla presenza di due segnali differenti sulla medesima zona. A questo punto radio y si rivolgeva ad un avvocato che inviava una diffida a radio x, la quale poteva cogliere o meno l'invito, ma visto che ormai l'investimento del nuovo amplificatore era stato fatto.... Radio y non poteva far altro che querelare radio x, ma in attesa delle evoluzioni legali rimaneva il problema della perdita di parte del territorio di copertura. Che fare? La cosa più ovvia sembrava riequilibrare le proporzioni aumentando la propria potenza e, visto che si stava mettendo mano agli impianti, perché non rispondere a tono a chi aveva aperto la sfida montando ad esempio un bel 1000 Watt? In questo stato brado, si è giunti al caos radiantistico.
Finalmente nel 1990 arriva l'attesa legge di regolamentazione del panorama broadcast radiotelevisivo italiano, la famosissima legge Mammì. Vi è però un particolare che spesso sfugge ai non addetti ai lavori, ossia che quella non era una legge definitiva, bensì una norma transitoria in attesa di. Sono passati oramai più di tredici anni dall'entrata in vigore di questa norma transitoria ed ancora stiamo aspettando la venuta della regolamentazione definitiva, anche se nel frattempo sono state emanate una serie di direttive inerenti soprattutto alla parte normativo-burocratica: percentuali massime di pubblicità, obbligatorietà dell'autoproduzione di una percentuale minima di programmazione etc. Di fatto però, la legge iniziale sancì fin da subito due cose: il congelamento della situazione di fatto del tempo (1990), impedendo quindi la messa in servizio di nuove frequenze di trasmissione, questo al fine di permettere il secondo punto in programma, ossia il censimento della situazione del tempo. Tutto questo trae fondamento nel giusto presupposto che una saggia regolamentazione prevede prima l'individuazione delle risorse da gestire, e poi una più razionale riassegnazione delle frequenze.
Certo bisogna dire che il nostro Paese è vessato da problemi di ben più ampia portata, però gli anni trascorsi sono parecchi, ed in tutti questi anni a nessuno è venuto in mente di fare un ragionamento molto semplice e doveroso nei confronti dell'economia dello Stato e se vogliamo della salute pubblica: abbiamo descritto prima i motivi che hanno portato ai livelli di potenza impiegati oggi nelle trasmissioni di questo tipo, quindi la lecita riflessione da fare verte intorno alla giustificabilità di tale panorama oggi. La domanda molto semplice da porsi è la seguente: vi sono dei validi motivi per cui ancor oggi vengono mantenuti livelli di potenza radio in aria dell'ordine di vari KiloWatt per ogni ripetitore presente sul territorio? La risposta, lo anticipo sin d'ora è assolutamente NO. Se si guarda indietro verso la storia della radiofonia, come descritto poc'anzi, si può capire che prima dell'escalation vi era un certo equilibrio rispetto alla suddivisione del territorio per copertura. Finché le potenze in gioco erano basse, ma soprattutto finché il numero di emittenti era limitato, ognuno forniva una copertura direttamente proporzionale ai limiti fisici della propagazione in aria delle proprie onde elettromagnetiche: si copriva fin dove lo consentivano i propri Watt di radio frequenza. Quando poi le potenze in gioco hanno superato certi valori e quando il numero di punti di emissione è divenuto cospicuo, la zona di copertura è risultata delimitata unicamente dalle potenze in gioco. Questo naturalmente perché i livelli di potenza utilizzati sono enormemente superiori a quelli necessari per la copertura territoriale rispetto alle esigenze di pura natura elettromagnetica.
Credo che a questo punto sia necessario quantificare la cosa, ovvero: cosa vuol dire 100 Watt, 1000 Watt oppure 10000 Watt? Che distanze si possono coprire con tali livelli di potenza in assenza di congestionamento delle frequenze? La maggior parte dei tecnici vi risponderà che dipende da molti fattori. Vediamo allora di dare una inquadrata al problema: dal punto di vista del livello energetico pochi Watt (10 o 20) possono essere sufficienti per permettere (in determinate frequenze ed in condizioni atmosferiche e ionosferiche particolari) di collegare l'altro capo del pianeta. Questa prima considerazione su un fatto eccezionale ci aiuta ad iniziare a comprendere quali siano le possibilità offerte dall'etere ai suoi utilizzatori. Siccome in effetti le distanze copribili dipendono dalla banda di frequenza utilizzata, delle antenne sia in trasmissione che in ricezione, dell'ubicazione geografica dei ripetitori (soprattutto rispetto all'altitudine), credo sia un buon raffronto quello che intercorre tra le trasmissioni in banda FM stereofonico, notoriamente comprese nell'intervallo 88-108 MHz, ipotizzando che la ricezione avvenga da un'automobile comparato con le trasmissioni effettuate dai radioamatori sul loro intervallo di frequenza 144-146 MHz sempre verso un impianto veicolare.
Le potenze utilizzabili dai ripetitori radioamatoriali sono ben note e non possono in ogni caso superare i 10 Watt per legge. Un unico ripetitore di questo tipo se piazzato in una buona posizione può coprire quasi un'intera regione pianeggiante permettendo alle auto munite di ricetrasmettitore di ricevere ed impegnare lo stesso. Ciò avviene perché le frequenze radioamatoriali sono ben ripartite e non vi sono in linea di massima sovrapposizioni all'interno di una stessa zona, quindi si sfruttano quasi totalmente le risorse fisiche a disposizione. Se nella stessa posizione geografica viene piazzato un ripetitore FM broadcast, per ottenere la medesima copertura si dovranno utilizzare potenze comprese tra i 5000 ed i 10000 Watt e molto probabilmente non si riuscirà a coprire un'intera regione perché vi saranno altri ripetitori che ne contrasteranno l'irradiazione. Questo, come credo sia chiaro, avviene perché siamo in regime di saturazione delle frequenze. Inoltre la qualità del segnale ricevuto sarà, sempre in questo secondo caso e nelle zone un po' più lontane, molto disturbata dalla modulazione delle radio operanti sulle frequenze adiacenti. Ricapitolando e riassumendo: 10 Watt in ambito radioamatoriale danno circa lo stesso servizio di 10000 Watt in ambito broadcast.
Quella appena descritta è una panoramica reale che descrive ciò che avviene normalmente tutti i giorni in aria e non si tratta di casi limite o di eventi che necessitino di particolari attrezzature perchè si verifichino, però solo a titolo informativo si potrebbe citare i record di collegamento con 0,5 (mezzo) Watt tra Monte Bianco e Sicilia, oppure i collegamenti EME (Earth Moon Earth) cioè quei collegamenti veramente ai confini della realtà che alcuni radioamatori effettuano puntando le loro antenne verso la luna ed utilizzandola per rimbalzare le onde radio verso la Terra stessa (insomma effettuando una trasmissione "di sponda"). Si tratta di trasmissioni molto difficili sia perchè la luna "si muove" e quindi le antenne ne debbono seguire il movimento come fanno i girasoli di giorno, sia perchè essendo sferica la quantità di onde rimbalzate verso la Terra risulta essere minima (visto che la superficie lunare è sferica), sia perchè la distanza da coprire andata e ritorno è enorme, intorno ai 380000 X 2, cioè più di 700000 Km. Ebbene, pur ammettendo che necessariamente vengono utilizzate più antenne fortemente direttive che focalizzano la potenza nella direzione interessata, si riesce ad effettuare un simile tipo di collegamento con 500 Watt, ma qualcuno asserisce che si possa fare anche con un'unica antenna direttiva e con soli 100 Watt. E' chiaro il concetto ? Con 500 Watt Terra-Luna-Terra (700000 Km) senza difficoltà, in ambito FM broadcast con 500 Watt in altura non si riesce a coprire un raggio di 50 Km, 500 Watt irradiati in pianura non permettono nemmeno di coprire un raggio di 10 Km.
Quelli appena descritti sono i casi estremi che però risultano essere necessari per trarre le considerazioni finali: alla luce dei fatti, i livelli di potenza impiegati nelle trasmissioni radio (e conseguentemente radiotelevisive) di tipo FM broadcast sono giustificati da esigenze di natura fisica o sono solamente il frutto di una situazione anomala? Credo di aver già risposto abbastanza eloquentemente al quesito. Credo quindi che riproporzionando in modo uniforme tali livelli di emissione nessuno degli aventi causa ne risentirebbe, ovvero: se domani una legge che facesse riferimento alla foto fatta dal censimento post Mammì obbligasse TUTTE le aziende operanti nel settore radiotelevisivo ad abbassare le potenze di emissione riducendole al 10 % del valore dichiarato potrebbe cambiare qualcosa circa le zone di copertura? Assolutamente NO!
Semplicemente chi sta trasmettendo con 1000 Watt poi trasmetterebbe con 100, i 5000 diverrebbero 500, i 10000 si trasformerebbero in "soli" 1000. Questi nuovi livelli sarebbero comunque almeno 10 volte superiori alle esigenze di natura fisica necessarie alla copertura attualmente in essere, quindi i confini tra una emittente ed un'altra continuerebbero ad essere delimitati dai rapporti di potenza tra i vari antagonisti, pertanto, rimanendo i rapporti inalterati (TUTTI abbassano al 10 %), anche i confini rimangono esattamente gli stessi. Allora ci si chiede come mai nessuno si sia preoccupato in tutti questi anni di applicare un così ovvio principio che porterebbe a dei benefici in tema di risparmio energetico su scala nazionale: all'epoca del censimento vi erano in Italia oltre 2000 emittenti, ridotte oggi a poco più di un migliaio perché molte piccole radio hanno ceduto le proprie frequenze ad altri, anche sotto il peso dei costi e della complessità organizzativa richiesta, ma una certa fetta di queste radio era dotata di più ripetitori, quindi (non ho un dato preciso a riguardo) è probabile che in Italia siano attivi 5 o 10 mila trasmettitori.
Si calcoli che per produrre una certa potenza di radio frequenza occorre assorbire dalla rete elettrica una quantità di energia pari circa al doppio, ovvero, per produrre 1000 Watt se ne consumeranno 2000. Calcolando che queste emittenti trasmettono con continuità 24 ore su 24 credo che applicando il principio di cui sopra si potrebbero risparmiare diversi MegaWatt su scala nazionale. Dopo il blackout avvenuto nel 2003 si è cercato di individuare forme di risparmio e, come al solito, sono iniziate le pressioni psicologiche nei confronti dei cittadini per indurli ad ottimizzare i consumi energetici. Per carità, cosa giusta, però credo debba trovare posto all'interno di un contesto più ampio, di un ragionamento concretamente rivolto al risparmio in tutte le direzioni possibili, soprattutto laddove l'energia elettrica, così come dimostrato, viene inutilmente sprecata nel vero senso della parola. Dopo i precedenti ragionamenti spendiamo però anche due parole su quelli che potrebbero essere ulteriori benefici derivanti dall'abbassamento dei livelli emissivi. Chi ulteriormente trarrebbe beneficio sono in primis le aziende radiofoniche stesse che si vedrebbero ridurre drasticamente i costi relativi alla bolletta elettrica. Una emittente locale con un singolo ripetitore, ad esempio, attualmente paga bollette dell'ordine di grandezza di 500 Euro al mese (naturalmente varia in funzione della specifica potenza), dopo la riduzione di emissione si troverebbe a spendere circa 50-100 Euro e questo potrebbe significare la differenza tra la sopravvivenza ed il collasso dell'emittente, la quale avrebbe anche più disponibilità di risorse economiche da investire in qualità del prodotto offerto (potrebbe aumentare il proprio bagaglio musicale sia magari finanziare se stessa spesando attività di trasferta indirizzate alle interviste ed a programmi di cultura specifica o sportivi a carattere locale, etc..., fornendo insomma un servizio più sostanzioso).
Ultimo aspetto da non dimenticare è legato all'inquinamento elettrognetico provocato. In questo ambito non si possono ancora fornire dati certi visto che la materia è ancora in fase di studio, però è noto che il personale operante in prossimità di radar (per lo più all'interno degli aeroporti sia civili che militari) esposto con continuità lavorativa alle onde elettromagnetiche, lavora munito di apposita placchettina di rilevamento dosimetrico. Vuoi che la cosa possa servire a quantificare il fenomeno, rimane il fatto che evidentemente si vuole circoscrivere l'esposizione in attesa che la scienza riesca a fornire dei dati più precisi in merito ad eventuali conseguenze derivanti da. In brevis: esistono diverse forme di inquinamento, tra cui forse la più diffusa è quella chimica derivante dallo smog delle auto e dei fumi industriali. Purtroppo sia le automobili che le fabbriche servono, però si è cercato in tutti i modi di limitare il problema evitando di diffondere in aria più dello stretto necessario introducendo le auto ecologiche con tanto di sonde lambda e combustibili idonei da un lato ed introducendo una normativa che obblighi il filtraggio degli scarichi in aria e/o in acqua (etc...) delle industrie. Quindi, se non altro per analogia, perché non evitare di esporre la popolazione ad un bombardamento eccessivo di radio frequenza se inutile? Lo scopo di questa relazione è quello di riuscire a diffondere le informazioni in materia al fine di portare alla consapevolezza e possibilmente creare un comune desiderio di orientamento verso una direzione che può solo dare grandi benefici per tutti. [Alberto L., esperto in radiotrasmissioni, per la Redazione Cunegonda Italia]
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