ELENCO DEGLI APPROFONDIMENTI
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Incendi boschivi. La situazione attuale degli ecosistemi forestali italiani, l’impatto degli incendi, dell’inquinamento atmosferico e dei cambiamenti climatici. L’ozono e le sostanze azotate riducono la qualità dei nostri boschi. L’incendio provoca la sparizione locale di circa il 55-60% delle specie animali che formano la comunità tipo di vertebrati mediterranei, in particolare le specie già rare e protette e favorisce le specie opportuniste come il ratto nero. Occorre una trentina di anni per tornare a condizioni naturali.

Incendi boschivi. La situazione attuale degli ecosistemi forestali italiani, l’impatto degli incendi, dell’inquinamento atmosferico e dei cambiamenti climatici. L’ozono e le sostanze azotate riducono la qualità dei nostri boschi. L’incendio provoca la sparizione locale di circa il 55-60% delle specie animali che formano la comunità tipo di vertebrati mediterranei, in particolare le specie già rare e protette e favorisce le specie opportuniste come il ratto nero. Occorre una trentina di anni per tornare a condizioni naturali.
Fonte: C.F.S., Corpo Forestale dello Stato http://www.corpoforestale.it
L’Italia è ricca di boschi poveri di biodiversità che gli incendi impoveriscono ulteriormente. Ogni ettaro di foresta che va in fumo libera nell’aria fino a 14 tonnellate di anidride carbonica. Dopo ogni rogo si estinguono localmente il 55-60% delle specie animali prima presenti. Per ripristinare la diversità tipica del bosco maturo, sono necessari almeno 25-30 anni. Gli incendi costano ad ogni italiano oltre 10 euro l’anno
Quando brucia un bosco siamo tutti più poveri: ci rimettono gli ecosistemi vegetali, depauperati per qualità e quantità di varietà botaniche. Ci rimette la nostra salute - ogni ettaro di foresta che va in fumo libera fino a 14 tonnellate di anidride carbonica nell’atmosfera. Ci rimettono gli animali - scompaiono fino al 50/60% delle specie prima presenti nell’area colpita dalle fiamme. Ci rimette il nostro portafoglio alleggerito ogni anno di circa 10 euro. Dall’inizio dell’anno (2005) gli incendi che hanno colpito la penisola sono aumentati del 96% e del 77% le superfici boscate andate in fumo. Grandi numeri. Stiamo parlando di 3.925 roghi che hanno percorso 9.797 ettari tra boschi e foreste, provocando danni ambientali con risvolti difficilmente quantificabili. Ma ancor prima di analizzare i danni provocati dalle fiamme al verde, cerchiamo di capire qual è lo stato di salute del patrimonio boschivo nazionale.
Dal punto di vista quantitativo, le foreste italiane non sembrano stare male, anzi. Dal 1985 a oggi i nostri boschi sono cresciuti del 17.2% passando da 8.675.100 ettari a 10.171.969. Questi i risultati al termine della prima fase dell’Inventario Forestale Nazionale, progetto realizzato dal Corpo forestale in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente, nell’ambito del Protocollo di Kyoto. Buone notizie, dunque - visto che a un maggior numero di boschi corrispondono meno dissesti idrogeologici e più habitat naturali per la conservazione delle biodiversità animali e vegetali. Ma c’è di più. I sistemi boschivi, infatti, per effetto della fotosintesi, sottraggono dall’atmosfera anidride carbonica – prodotto finale della combustione del carbone, del metano, del petrolio e dei suoi derivati, quello stesso che si libera con gli incendi – e restituiscono ossigeno, un’azione che termina con lo stoccaggio del gas, per noi dannoso, nelle loro strutture vegetali, che si trasformano così in serbatoi di carbonio. Ogni ettaro di foresta è in grado di sottrarre all’atmosfera ogni anno fino a quattro tonnellate di anidride carbonica, che, in caso di incendio, vengono nuovamente rilasciati nell’aria. Se dal punto di vista quantitativo le foreste italiane sembrano star bene da quello qualitativo arrivano chiari segnali d’allarme. La vitalità degli alberi delle principali specie forestali si è progressivamente ridotta negli anni, raggiungendo nel 2004 uno dei valori più bassi degli ultimi vent’anni. In particolare destano preoccupazione le condizioni del faggio e delle querce caducifoglie. Queste sono alcune delle osservazioni degli esperti del CONECOFOR (CONtrollo ECOsistemi FORestali), il primo e unico esperimento riuscito di rete ecologica a lungo termine su scala nazionale, realizzato dalla Forestale per valutare l’impatto di inquinamento atmosferico e cambiamenti climatici, sulle componenti strutturali e funzionali degli ecosistemi forestali, con particolare attenzione alle variazioni dei livelli di biodiversità. Uno dei nemici delle foreste si chiama ozono, che sta raggiungendo picchi talmente elevati da suscitare serie preoccupazioni circa la vitalità delle foreste per effetti stimati e ipotizzati. Aumenta l’ozono, si riduce il livello di biodiversità – definito “non soddisfacente” – e i danni a faggi, abeti rossi, carpini bianchi, aceri e frassini. Parallelamente aumentano le quantità di sostanze azotate – quelle stesse che si liberano con gli incendi – che modificano la chimica dei suoli, rendendoli inospitali per molte varietà botaniche. A questo punto una cosa è chiara: le ferite prodotte dagli incendi agli ecosistemi forestali sono ancora più gravi perché colpiscono organismi già resi fragili da altre aggressioni umane.
I danni delle fiamme non si limitano al mondo vegetale, ma coinvolgono pesantemente anche quello animale. Una recente ricerca dell’Università degli Studi di Palermo - i cui risultati sono stati condivisi con il Corpo Forestale dello Stato e verranno pubblicati a breve sulla rivista di aggiornamento tecnico-scientifico della Forestale, SILVAE - fornisce un preciso quadro di riferimento.
Lo studio ha il titolo “La perturbazione da incendi nella comunità di Vertebrati terrestri nei boschi mediterranei”, ed è articolato in una tesi di dottorato di ricerca e in quattro tesi di laurea, realizzate presso il Laboratorio di Ecogeografia ed Ecologia Animale del Dipartimento di Biologia Animale dell’ateneo palermitano. Gli scienziati hanno tenuto sotto osservazione per quattro anni un’area protetta di 1200 ettari di querceti e macchia mediterranea colpita nel 2001 da un incendio, per verificare i tempi e le modalità di ricolonizzazione della fauna selvatica sfuggita alle fiamme. L’area è stata monitorata a intervalli fissi rendendo così possibile la ricostruzione di una sequenza post-incendio. Per una maggior affidabilità statistica, e per la creazione di un modello di riferimento, i risultati sono stati verificati sovrapponendoli a quelli ottenuti in aree di controllo, nella sequenza temporale: 1 anno, 4-5 anni, e, a stadi intermedi, fino a boschi maturi.
I risultati sono stati i seguenti: la diversità ecologica (misurata come ricchezza specifica) nelle aree bruciate da 1-2 anni è in media di 20-22 specie contro le 48-50 delle aree di confronto. L’incendio provoca la sparizione locale di circa il 55-60% delle specie animali che formano la comunità tipo di vertebrati mediterranei. Le specie che per prime hanno ricolonizzato le aree bruciate - praticamente subito dopo l’evento – sono le più opportuniste e generaliste: merlo, gazza, topolino domestico. Tra le specie protette e vulnerabili, incluse nella Lista Rossa dei Vertebrati d’Italia, prima presenti nell’area, si sono estinti localmente: quercino (piccolo roditore), rospo smeraldino, tartaruga terrestre di Hermann. La densità di popolazione di almeno 6 specie, in Sicilia rare e minacciate – martora, moscardino (piccolo roditore), ghiro, tordela, rigogolo (passeriforme), raganella, discoglosso (anfibio simile alla rana), è diminuita notevolmente.
Dopo l’incendio la scarsezza di predatori quali martora, volpe, gatto selvatico e allocco, morti tra le fiamme o che si sono allontanati dal territorio, ha scatenato un invasione del ratto nero, competitivo con micromammiferi rari e specializzati come il quercino, il ghiro e il moscardino.
In poche parole, l’incendio impoverisce la fauna in termini di diversità, la banalizza, e permette il proliferare di specie come il ratto - preoccupanti anche dal punto di vista igienico-sanitario - prima tenute sotto controllo dai fenomeni di competizione e predazione.
I ricercatori concludono “per ripristinare la diversità tipica del bosco maturo, sono necessari almeno 25-30 anni, sempre che nel frattempo le stesse aree non vengano scosse da nuovi incendi, fatto che allunga indefinitivamente il recupero della successione e che disunisce inesorabilmente la biodiversità locale”. Ci sono poi i danni economici provocati dalle fiamme e l’Università di Padova li ha analizzati. Ogni anno, tra costi relativi al personale regolare (un uomo del Corpo forestale dello Stato ha uno stipendio lordo medio pari a 1.700 euro mensili) e straordinario (i volontari non sono retribuiti, ma l’attrezzatura che il Corpo forestale presta loro, ha un prezzo di circa 1.500 euro), i costi di manutenzione e usura dei mezzi di terra e degli elicotteri (un elicottero a seconda delle sue caratteristiche tecniche ha un costo orario che varia tra: 600 euro del NH500, che è in grado di trasportare 500 litri di liquidi ritardanti o estinguenti; 2.300 euro del AB412 che di liquidi ne trasporta 1.000 litri; 6.000 euro dell’Erickson S64F, un gigante dei cieli con 10.000 litri di carico utile), quelli sostenuti per il ripristino della compagine boschiva (1.500-2000 euro a ettaro). Per il danno causato dalla diminuzione della produzione di prodotti del sottobosco, si giunge a valutare un costo complessivo di oltre 500 milioni di euro. Ogni anno tutti gli italiani, dagli anziani ai neonati, pagano circa 10 euro pro capite a causa degli incendi, ogni famiglia, in pratica, perde un albero (55.000 ettari di bosco percorsi dal fuoco ogni anno per oltre dieci milioni di piante distrutte).
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