ELENCO DEGLI APPROFONDIMENTI
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Cibi irradiati per evitare contaminazioni, ma perché nessuno ci informa? In Italia nonostante la legge lo imponga non c’è nessuna indicazione in etichetta che avverte il consumatore, che quindi non può distinguere gli alimenti trattati da quelli non trattati

Cibi irradiati per evitare contaminazioni, ma perché nessuno ci informa? In Italia nonostante la legge lo imponga non c’è nessuna indicazione in etichetta che avverte il consumatore, che quindi non può distinguere gli alimenti trattati da quelli non trattati, ed i controlli sono inesistenti. Il paradosso è che sono irradiati anche prodotti da erboristeria, dove il consumatore si reca per comprare naturale …
Fonte: Progetto Humus (solidarietà con Chernobyl) http://www.progettohumus.it
Fonte primaria: http://www.ermesconsumer.it/
CIBI IRRADIATI PER EVITARE CONTAMINAZIONI, MA PERCHÉ NESSUNO CI INFORMA?
Una sorta di miracolo, fondamentale per evitare tossinfezioni pericolose per il consumatore, garantire alimenti incontaminati e limitare gli onerosi sprechi di cibo. Un modo pericoloso di trattare gli alimenti senza la necessaria cura igienica, nascondendo l’inevitabile perdita di freschezza, per di più con l’aiuto di una tecnica che fa sempre paura, la radioattività che evoca disastri come quello di Chernobyl.
Paure e certezze
L’irradiazione, ossia il processo che sottopone un alimento a radiazioni ionizzanti derivanti da generatori di fasci di elettroni o da sorgenti radioattive, è uno di quei temi in cui si scontrano paure e certezze, sospetti e tranquillizzanti prese di posizione.
Il procedimento può essere impiegato per ridurre la contaminazione microbica di un alimento, eliminare germi patogeni, distruggere infestazioni da insetti e parassiti, prevenire la germinazione in vegetali. Il trattamento è permesso in Europa ed è regolato, in Italia, dal decreto legislativo 94 del 30 gennaio 2001 che ne limita l’impiego solo su una lista positiva di alimenti, tra cui erbe secche, spezie, patate, cipolle e aglio.
La dose massima di radioattività a cui possono essere sottoposti questi vegetali è di 10 kGy. Per qualunque prodotto sottoposto a irraggiamento si deve specificare il trattamento.
Chi li ha visti?
Accanto alla denominazione di vendita, per legge dovrebbe comparire l’indicazione “irradiato” o “trattato con radiazioni ionizzanti”. Quando è solo una componente dell’alimento a essere stata sottoposta a radiazioni, la dicitura segue il nome dell’ingrediente; nel caso degli alimenti sfusi, deve figurare per mezzo di un cartello esposto sulla cassetta. Eppure a guardare tra gli scaffali dei negozi italiani, di queste etichette non c’è neppure l’ombra. È quanto ha verificato, per esempio, il Movimento Consumatori attraverso una lunga indagine nei punti vendita italiani. Incuriositi da questo strano silenzio di casa nostra, gli uomini dell’associazione sono andati a spulciare il sistema di allerta europeo scoprendo che, solo nel 2003, erano stati segnalati dai paesi membri ben 15 casi di alimenti irradiati ma illegalmente muti in etichetta.
Le segnalazioni, partite soprattutto da Danimarca e Germania, riguardavano erbe dietetiche (come il guaranà, l’aloe), tè, ma anche frutta e vegetali, provenienti da Cina, Stati Uniti, Olanda, Svezia, Spagna e soprattutto Gran Bretagna. Nessuna segnalazione, invece, risulta mai partita dalle autorità sanitarie italiane. Possibile che nel nostro paese - si sono chiesti al Movimento Consumatori - non sia mai stato rintracciato un alimento irradiato? E se così è, perché attraverso le nostre frontiere non entrano prodotti che in altre nazioni comunitarie invece sono presenti?
Le attività del Movimento Consumatori
Per nulla convinta che l’Italia sia una sorta di isola franca in cui non entra neppure un alimento irraggiato, l’associazione ha incaricato quattordici sezioni di raccogliere, in tutta la penisola, campioni di spezie, erbe essiccate, integratori. Si è trattato di un lungo lavoro, svolto con la consulenza scientifica dello studio del dottor Alessandro Occelli, che ha portato ben 41 campioni nei laboratori francesi dell’Eurofins, pronti per essere esaminati attraverso un’analisi denominata Psl (luminescenza ottenuta per fotostimolazione) eventualmente confermata da un’altra determinazione (la termoluminescenza).
I risultati dimostrano, come forse era prevedibile, che nessun paese europeo è immune da trattamenti di irradiazione. Dei 41 campioni fatti analizzare dal Movimento Consumatori, infatti, 2 sono risultati positivi. Si tratta di un prodotto di erboristeria e di un aglio macinato venduto e prodotto in un supermercato. In entrambi i casi - ed è l’aspetto più preoccupante - nessuna indicazione in etichetta avverte il consumatore. Che non può distinguere gli alimenti trattati da quelli non trattati, se non può contare, come avviene in altri paesi europei, su una rete di controlli pubblici che scoraggino i furbi che usano l’irraggiamento ma “nicchiano” al momento di dichiararlo. Controlli che in Italia, per lo meno in questo settore, mancano quasi completamente.
Correttezza nell’igiene
Consumatori contrari e non solo per paure immotivate. Il coro delle associazioni europee degli utenti è unanime: che senso ha utilizzare le radiazioni su un cibo fresco se si seguono le migliori pratiche igieniche per produrlo?
Questa è, tanto per fare due soli esempi, la posizione del Beuc, la Federazione delle associazioni europee, e dell’inglese Food Commission (una delle organizzazioni indipendenti più note in Gran Bretagna).
L’Euro Coop (la più antica associazione europea di consumatori, fondata nel 1957) si spinge oltre, definendo il permesso a utilizzare la tecnica “un favore ai produttori più che ai consumatori, dato che consente di estendere la vita dei cibi anche senza l’uso di adeguate regole igieniche”. Il rifiuto, peraltro, trova altri motivi guardando agli effetti dell’irraggiamento sugli alimenti trattati.
L’unico presupposto accettato da tutti è questo: l’uso delle radiazioni sui cibi non lascia alcuna traccia di radioattività nell’alimento. Per il resto, i punti critici sono molti. Vediamoli.
• L’effetto delle radiazioni sulla materia vivente è noto solo parzialmente. Si sa che dai grassi vengono prodotte sostanze, come i radicali liberi, che possono avere effetti dannosi sull’organismo. Gli esperti hanno sempre detto che si tratta di piccole quantità, ma i radicali liberi possono creare danni al nucleo delle cellule anche alle minime dosi. Se la normale alimentazione ne è ricca, le probabilità di un danno (come le malattie degenerative e i tumori) aumentano. A questo proposito uno studio tedesco, realizzato dal Centro federale di ricerca sulla nutrizione, ha mostrato che l’irraggiamento dei grassi animali produce il 2-alkylcyclobutanones, sostanza che provoca la formazione di tumori nei topi di laboratorio.
• Le radiazioni ionizzanti provocano la distruzione di percentuali importanti di vitamine, in particolare la E e la C.
• A livello di produzione, esiste il problema dello smaltimento delle scorie radioattive e dei rischi connessi. Si tratta di un pericolo che assume maggiore importanza quando si pensa agli impianti situati in paesi non comunitari che hanno minori controlli ambientali.
• La sterilizzazione spinta è una tecnologia che può essere utilizzata a scopo fraudolento, perché permette di “bonificare” cibi non commestibili.
• L’irraggiamento è una tecnologia costosa e non indispensabile. Gli stessi risultati di conservabilità si possono ottenere con metodi tradizionali e con maggiore attenzione alla cura dell’igiene nella produzione degli alimenti.

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